Musallà

Ivano Vazov

Ivano Vazov

In alto ti sollevi,
o gran gigante fiero,
e a l’oceano de’ cieli
tendi la vetta altero.

Che guardi, di là su,
dal caos turbinoso?
che cerchi a l’orizzonte,
attento e silenzioso?

Sei grande, irraggiungibile,
ma ancor sembri anelante
a sollevarti ai cieli
per veder più distante.

– I miei segreti vuoi? –
domandò il gran vegliardo
– I bulgari confini
illimitati guardo!

All’Italia

Ivano Vazov

Ivano Vazov

Salute, Italia, terra beata,
terra celeste di carmi e suoni,
terra del genio, delle canzoni,
salute, o terra d’ogni beltà!

Terra d’eterni poeti, eterna
terra di Tasso, Petrarca, Dante,
o del sonetto terra fragrante,
salute, Italia, terra d’amor!

Salute, Italia! Lontana ancora
è la tua gaia riva gloriosa,
a te già vola l’anima ansiosa,
ahi, della nave lento è l’andar!

Volo ai tuoi monti, agli Appennini,
al tuo fumante Vesuvio, ai vaghi
tuoi continenti, ai mari, ai laghi,
volo ai tuoi ruderi, ai tuoi castelli!

Io del Balcano libero figlio
con slancio d’aquila levarmi anelo
alle celesti volte, al tuo cielo,
d’aria son ebro, di libertà.

Verso te volo, a te saluto
porto dei ceruli nostri orizzonti,
delle nevose vette dei monti
delle divine valli di rose.

A te il saluto della Bulgaria.
Sovr’essa il manto maggio distende,
come te anch’essa brilla, risplende,
nella speranza, nei canti e fiori.

Naviga, o nave, portami là,
dove maturano d’oro i limoni,
là dove eterni son canti e suoni,
sotto i benefici doni del ciel!

Il vesuvio

Ivano Vazov

Ivano Vazov

Ne la corazza sua di lava nera,
presso l’azzurro mar, solo ed irato,
scuro gigante levasi il Vesuvio
e il cielo annebbia col suo denso fiato.

Pompei, Ercolano e Stabia a le sue falde
come scheletri dormon dissepolti;
il mare canta, mormora e riluce
e sussurran de’ mirti i boschi folti.

Scende la notte, la natura tace,
s’addormentano i boschi e il mar silente,
e il vegliardo gigante sempre desto
rischiara il cielo col suo fiato ardente.

Il pino

Ivano Vazov

Ivano Vazov

Là dove vedi, superbo titano,
lungo la tracia valle,
levare al cielo l’eccelso Balcano
le granitiche spalle;

là dove sulla base di granito,
fra colline fiorite e verdeggianti
alza la fronte ardito,
e intorno echeggian di sussurri e canti
le cascate, lo zefiro, gli uccelli,
il fogliame, i ruscelli;

in quel cantuccio di gaiezza pieno,
paradiso terreno,
solleva muto le ingiallite chiome
uno stira vegliardo e mesto come
un ricordo silente del passato,
fra novelle bellezze rinnovato.

C’è chiasso intorno: là tutto è silente,
tutto è immerso nel sonno quotidiano,
ed appena si sente
della cascata il fragore lontano.

E quello stira placido e vetusto,
sulla chiesetta con antichi santi,
solleva il pino il suo fogliame augusto
fino alle nubi nere sovrastanti.

I rami come un cedro secolare
del Libano ha distesi e immerso pare
in sogni sacri e misteriosi e intanto
ombra fa intorno al tempio e al camposanto.

I più vecchi fra i monaci del sito
lo ricordan tosi, sempre lo stesso,
sempre grande così, né han mai sentito
quando abbia qui le sue radici messo.
E chi sa mai quante gloriose e quante
gesta ricorda di cui è stato muto
testimone nei secoli il gigante
nella gloriosa vita che ha vissuto!

Ha vissuto così secoli interi
in lotta eternamente
con tempeste e tormente,
e i rigidi invernali freddi e i fieri
calori estivi scorsi senza traccia
gli sono sulla faccia.

Ma quando giunse nel pieno splendore
della bellezza sua, del suo vigore,
un brutto dì
un destino fatale
proprio d’ogni mortale
anche il pino colpì.

In una notte scura nera nera
uno schianto terribile si sente,
ed improvvisamente
si scatena furiosa una bufera.

Rintronavan le valli e le campagne,
fischiava il vento,
ruggivan le montagne,
sussultava il Balcano turbolento…
Tutto travolse nella notte scura
l’ira della natura.

Indomito, accigliato,
altero come sempre e insofferente,
lottò il gigante contro la tempesta,
finché spossato
chinò vinto la testa
e al suolo cadde fragorosamente.

Eccolo a terra! Al suol giace supino:
com’è grande e solenne a terra steso
il secolare pino!
del suo vigor compreso
levava fino a ieri all’orizzonte
l’altera fronte.

Della bufera si placò il furore
poi che il gigante altero fu abbattuto,
e cordoglio e rimpianto e culto e onore
per l’insigne caduto
fecero posto all’ira d’un minuto.