La mia preghiera

Hristo Botev

Hristo Botev

Oh, tu, mio Dio, Dio giusto!
Non tu, del ciel signore,
ma tu che se’ in me stesso,
ne l’anima e nel cuore…

Non tu cui genuflettonsi
e frati e sacerdoti,
e accendon ceri i greggi
ortodossi devoti;

non tu, che uomo e donna
hai dal fango creato,
e schiavo su la terra
hai l’uomo lasciato;

non tu che patriarchi,
papi, re proteggesti,
e in servitù abbandoni
i miei fratelli mesti;

non tu, che a schiavi insegni
sofferenze e preghiere,
e in pasto lor dài solo
speranze menzognere;

non tu, Dio dei tiranni,
senza onor, mentitori,
non tu, di stolti l’idolo,
di barbari oppressori!

Ma tu, Dio di ragione,
di schiavi e sofferenti
difensore, che presto
festeggeran le genti,

a ognuno ispira, o Dio,
di libertà l’amore,
si che combatta ognuno,
come può, l’oppressore.

E a me pure rafforza
la man per la riscossa,
perché trovi pugnando
io pure la mia fossa!

Non far che il turbinoso
mio cuor freddo divenga
ne l’esilio e il mio grido
nel deserto si spenga!

Congedo

Hristo Botev

Hristo Botev

Non pianger, madre, non ti disperare
se hajdùt son diventato
un hajdùt, madre, ribelle,
e pel primo figliuolo a lacrimare
t’ho, misera, lasciato.
Ma impreca, madre, e maledici quelle
prepotenze de’ Turchi infami e nere,
che noi giovani han costretto
a errar miseri e invisi fra straniere
terre pesanti. Ahimè!
So, madre, che ti son caro, perché
morir giovane posso, il bianco e queto
Danubio attraversando.
Ma dimmi, madre, tu che cosa mai
debbo far se m’hai dato un cuor virile,
un cuor d’eroe. E quel cuore, lo sai,
non può, no, tollerare
che il Turco infurii
sul mio paterno sacro focolare,
là, dove son cresciuto,
là, dove il primo latte t’ho bevuto,
dove il mio amore bello il suo bel viso
levava, e gli occhi neri
e il placido sorriso
figgeva nel mio cuore costernato;
dove per me piangeva il padre mio
ed i mesti fratelli!
Oh, perdonami, mamma, eroica madre!
oh, perdonami, mamma, e dimmi addio!
In ispalla il fucile,
odo gli appelli
del mio popolo caro contro il vile
infedele nemico.
E là per tutto ciò
che al mondo m’è più caro,
per te, pel padre, pei fratelli miei,

e pel popolo mio mi batterò.
E poi… sarà quel che vorranno il brando
e l’onore d’eroe, madre.

E tu, quando,
sibilare una palla nel villaggio
sentirai e già muover con coraggio
i giovani a l’assalto,
esci, madre, e domanda di tuo figlio.
Se ti diran che ucciso son caduto
da una palla, anche allora,
madre, non pianger, né ascoltar la gente,
che di me vorrà dire: “È divenuto
un infingardo, un figlio buono a niente!”.
Ma, invece, o madre, torna a casa, e quello
che udito avrai, col cuore, ai pargoletti
fratelli narra: sappiano essi pure
ch’hanno avuto un fratello
e che il fratello é morto,
perché non volle ai Turchi maledetti
chinar il capo, né veder le dure
sofferenze dei miseri ed oppressi.
Di’ loro, o madre, tutto quanto, ed essi
si ricordin di me:
Di’ lor che su le rocce
a cercar vengan la mia bianca carne,
e sulle vette eccelse e su la nera
terra del sangue mio le nere gocce!
Il mio fucile, o madre,
il mio fucile e il brando
ritrovino, e poi, quando
incontrino il nemico, lo salutino
con un colpo di quello e l’accarezzino
con la spada… E se, madre, non puoi
per la pietà far questo, o madre, allora,
quando dinanzi a noi
s’aduneranno le fanciulle in coro
e i compagni a raccolta,
esci, o madre, coi pargoli ed ascolta
il mio canto d’eroe,
ascoltalo con loro:
e sappi allora perché son perito,
sappi quali parole ho profferito
de la morte al cospetto e dei compagni!
Ascolta!…
E grave ti sarà, madre, guardare
quella danza gioconda,
e quando del mio amore si confonda
col tuo lo sguardo,
profondamente allor sospireranno
due cuori cari: il suo,
o madre, e il tuo.
E irroreranno
un vecchio seno e un giovane due lacrime
Ma i miei fratelli questo pur vedranno
e quando, o madre, anch’essi cresceranno
come il fratello loro diverranno:
fortemente ameranno e odieranno
Ma se, madre mia cara, vivo e sano,
ritornerò al villaggio, vivo e sano;
con la bandiera in mano,
e sotto gli stendardi
verranno i miei gagliardi
vestiti da soldati,
e in fronte avranno leoni dorati,
su le spalle fucili e baionette,
e spade come serpi lunghe e strette
avranno al fianco,
oh, allora, madre eroica!
oh, amore caro, bello!
uscite fuori
e in giardino cogliete i più bei fiori,
e di gerani e d’edere ghirlande
per le teste e i fucili c’intrecciate!
E vieni con quei fiori e vien con quella
ghirlanda, madre, vieni ad abbracciarmi,
vieni a baciarmi su la fronte bella,
vieni a baciarmi qua,
con due sacre parole,
con due parole sole:
o morte o libertà!
Allora abbraccerò l’amore mio,
su l’omero la mano sanguinante,
perché senta il mio cuore palpitante
sappia come e quanto
il cuore de l’eroe batte e martella!
E con un bacio asciugherò il suo pianto,
le lacrime berrò de la mia bella!
Or dunque, madre, Addio!
addio, non m’obliare, amore mio!

S’incammina la schiera; paurosa
é la via, ma gloriosa…
Io posso morir giovane…
Ma… questo sol mi basta a mio conforto,
se un giorno almen la gente dir potrà:
per la giustizia il poveretto é morto,
per la giustizia e per la libertà!

L’IMPICCAGIONE DI VASIL LEVSKI (

Hristo Botev

Hristo Botev

O mia madre, o patria diletta,
perché piangi, così triste e dolente?
O corvo, e tu, uccello sinistro,
su che tomba crocidi lugubre?

Oh, so, lo so – tu piangi, o madre,
perché sei schiava in gramaglie;
perché la sacra tua voce, o madre,
in un deserto invoca aiuto.

Piangi! Laggiù, vicino a Sofia,
alzare vidi una forca nera:
e il tuo unico figlio, o Bulgaria,
là ne pende, con orribile forza…

Crocida lugubre il corvo sinistro,
ulula il cane, urla il lupo pei campi;
supplici i vecchi pregano Dio,
piangon le donne, strillano i bimbi.

Canta l’inverno il suo canto crudele,
le raffiche inseguono i cardi per il piano;
freddo, gelo, pianto senza speranza
fasciano di tormento il tuo cuore.