il freddo arrotola la sera

Giuseppe Condorelli

Giuseppe Condorelli

Il freddo arrotola la sera.
E’ l’erosione del giorno
compiuta nella tua voce:
la città silenziosa come
un fossile antichissimo
un coagulo orizzontale
di luci e silenzio.
Fuori infuria il buio.
Lo tengo nelle mie pupille
cosicché i tuoi occhi
non soffrano la notte
e il tuo sonno
non si spezzi.
Da:Desinenza in nero(inedita)

la bocca declina

Giuseppe Condorelli

Giuseppe Condorelli


Postilla ad una lettera ad un amante morta
La bocca declina
senza nessuna verità
la parola addio.
Si disgrega il cielo
in un frastuono di polmoni.
La carne è ormai preda
dell’umiltà dell’argilla.
Per sorte non ci tocca più
salvezza, nessuna parola
griderebbe la nostra non-figlia
assediata dal silenzio.
Da:Desinenza in nero(inedita)

la città ha una luce affilata

Giuseppe Condorelli

Giuseppe Condorelli

La città ha una luce affilata,
i suoi rami sono i capillari
del cielo. Gli incroci
hanno nostalgia
della neve e i cortili d’estate
inseguono le divinità
dello scirocco oltre i palazzi
e le edicole notturne.
I morti chiamano invano
dalle tombe d’arenaria,
gettano una pietra
all’ombra del primo passante
smaniano per un gesto
per la voce che li restituisca
all’odore del pesce
e al rumore delle tazzine nei bar.
Dalle lave dove scorre
il sangue della ginestra,
dal verde estremo dei giardini
la città si apre sui muri
che estinguono il mare.
All’alba, quando conta
lo schianto dei cavalli lanciati
sui controviali, la città sogna
finalmente il fiume, traccia
sul cemento dei moli i nomi
di chi resta, le latitudini e il vento
di ogni viaggio e supplica
per tutte le partenze
mentre sulle panchine
le sillabe dei baci
sbiadiscono
in un filo di mani.
Da:Desinenza in nero(inedita)

la sera sono le molecole

Giuseppe Condorelli

Giuseppe Condorelli

La sera sono le molecole
della tua voce nel giro
del mio sangue.
La sera è questo passo
dentro la mia carne.
La sera è questo grumo
di luci alle finestre,
il momento sui marciapiedi,
– l’abat jour di mia madre
dolce scheggia nel petto.
La sera è questo tramonto
che dissangua la strade
è il mio passo fermo,
i tendini rilassati, gentili.
La sera è questo martello
nei miei polmoni
che è
il tuo respiro
quando
mi manca.
Da:Desinenza in nero(inedita)

perché l’infinito arriva tardi

Giuseppe Condorelli

Giuseppe Condorelli

Perché l’infinito arriva tardi
nel delta delle strade,
sulla parola che divampa.
Il sangue risorto del mondo
coagula la sua
desinenza in nero
nella bocca dei cortili
dove fioriscono le storie
e la luna segna
il costato del sonno.
Ma le notti non finiscono
e il giorno non è mai
completamente nostro.
Da:Desinenza in nero(inedita)

stormiscono le nostre voci

Giuseppe Condorelli

Giuseppe Condorelli

Stormiscono le nostre voci
lungo i cavi. Ma nella notte
c’è una sfasatura
una piega del tempo
che le propaga oltre
le sequenze degli occhi
ed è per questo che il loro
calore rauco fugge
il rancore cablato del silenzio
e il sonno picchettato
delle luci gialle, in attesa
ai bordi del mattino.
Da:Desinenza in nero(inedita)

su chini di petri

Giuseppe Condorelli

Giuseppe Condorelli

Su chini di petri
i me casciola
supra ci scurrunu ciumi d’avvuli
ca fanu simenza di paroli.
No casciolu ci su l’occhi
di me patri e di me matri.
Tuttu chiddu ca m’arresta:
u tettu mottu do me armu.
Da: N’zuppilu n’nzuppilu (goccia a goccia) inedita

bisogna lavare i morti

Giuseppe Condorelli

Giuseppe Condorelli

Bisogna lavare i morti.
Sigillare con gesti esatti
e teneri il silenzio.
Le mura che hanno eretto
screpolano il tempio
delle loro mani, luce
implacata del tempo.
Bisogna vestire i morti
coprire le grate delle vene
dove il sangue è l’asfalto oscurato
del buio, non lasciarsi distrarre
dalle domande degli specchi e
dal rumore degli spiccioli nelle tasche.
Bisogna vegliare i morti
le vaste zone d’azzurro
nell’acqua chiusa dei loro occhi
lo stormo sbiadito delle ultime parole.
E’ necessario.
Sia così.
Da:Desinenza in nero(inedita)

dicevunu: to matri è sutta a terra

Giuseppe Condorelli

Giuseppe Condorelli

Dicevunu: to matri
è sutta a terra
e ju che jnocchia minnicati
no’ puteva sapiri
da musura rutta da vita.
N’to culleggiu c’era ciauru
d’aranci munnati
e di scocci di mennula.
Dicevunu: ora scattii
ju non m’arraggiava
non chianceva
taliava i ‘ggnuni do cuttigghiu.
Do finistruni videva
macari i sbalinchi
unni anniava u ciumi.
Dicevunu: to patri
è sutta a terra.
E ju m’urriuddai a iddu
ma addoppu,
quannu a sira allincheva a casa
e a litturina da circum
pareva abbarsamata
arredi ‘e sbarri.
Me patri quannu mossi
non m’arrivau a diri
nenti.
Da: N’zuppilu n’nzuppilu (goccia a goccia) inedita