Villeggiatura estiva

Giancarlo Baroni

Giancarlo Baroni

Monsù Ferrè adesso un poco osa
mette le mani alla Cesira ai fianchi
ma subito le toglie: l’Ingegnere
che cosa potrà dire l’Ingegnere?
A lui egli affidato ha la famiglia
e la Cesira è una di famiglia.
Come sarebbe bello farla sua
in mezzo al grano oppure nelle stoppie
o invece tra i filari al grignolino
la bocca dolce col sapor dell’uva
le chiome adesso strette nella treccia
sciolte alle spalle, gli occhi rovesciati
e lui succhia i capezzoli, fa spazio
con la mano nervosa tra le cosce…
È mezzogiorno i bimbi son tornati
tra poco sarà pronto il desinare
ma la Rina non c’è, dov’è la Rina?
E la Cesira già si sente in colpa
per non aver a dovere sorvegliato
presa anche lei da desideri impuri.
Ben altro per la testa, turbamenti
affondati da tempo nel ricordo.
Poi la Rina ritorna, col cestello
colmo di funghi, gli occhi scintillanti.
La Cesira non fiata, non la sgrida:
lingua tagliente e lunga ha la monella!
Ora tutti s’apprestano a mangiare.
Monsù Ferrè con aria indifferente
allunga il piede e poi lo struscia piano
contro il piede di lei sotto la tavola.
Avvampa la Cesira come brace…
da CANTI D’AMORE PER SAN VALENTINO

Alzate l’architrave carpentieri

Giancarlo Baroni

Giancarlo Baroni

Alzate l’architrave carpentieri
perché rubi dal cielo le comete
per farmene una veste scintillante
o una stola di polvere d’argento
io donna ambigua dal sorriso incerto
che nasconde nell’intimo i pensieri.
Gioco coi verbi, dico e poi disdico
m’arresto per fuggir subito dopo
instabile nel riso e nel lamento.
Alzate l’architrave carpentieri,
lucciola sono di distanze estreme
falena che si nutre all’altrui lume
girando intorno, orbita fallace
d’un desiderio solo.
E non avrò che un cero
dallo stoppino fragile, uno spago
una corda restia a srotolarsi
per farmi donna libera di dire
gli ampi spazi che l’anima promana,
mondi diversi, inusitati suoni…
Alzate l’architrave carpentieri
io non sto dentro ad una sola stanza.

Estate bionda

Giancarlo Baroni

Giancarlo Baroni

Estate bionda, alla tua fatica
io non mi arresi mai completamente.
Legata a una stagione senza età
mai consumata con i bocci in fiore
non aperti né all’austro né al grecale
in selve mi inoltrai col desiderio
di un papavero rosso alla mia sponda.
E nell’intrigo oscuro crebbi felci,
umide felci spose già ai cipressi
dove il silenzio arresta la parola.
Così non ebbi spighe od uve acerbe
non ebbi la cicala a canticchiare
le note cupe della tua passione:
c’erano bocci chiusi sui miei rami,
c’era l’attesa
di un fiore ormai reciso dalla falce.
L’arco del giorno si conclude, a turno
vanno le gazze a scuotere l’ulivo:
qualche frutto ancor cade ma è marcito.
Non c’è più nulla adesso da godere
le nubi si accartocciano a ringhiera
a coprire ogni stella in firmamento
ma io attendo sempre il fiore rosso
che mi schiuda le labbra nella sera.