Diario

GEO MILEV

GEO MILEV

ORMAI E’ TROPPO TARDI. ADDIO.
(Perché ti amo troppo io!)
Ma non ti adornerò con la passione.
(Sono sbiadito. Troppo. Troppo.)
Ormai è troppo tardi. Tutto tarda.
Il giorno. La notte. Io. Tu.
Tarda anche il sorriso
versato con dolore dai vasi
del tuo sguardo…

Che sterile notte!
Il mio cuore non attende nessun segreto.
(io o questa sera pallida –
ma il pallore è infinito!)
Intendo. So. Non c’è nessun segreto.
Ormai è troppo tardi. Già.

Gennaio

GEO MILEV

GEO MILEV

In questo giorno sono nato io.
In questo giorno, tra i denti gelidi del freddo, si smorza trattenuto
l’ultimo urlo delle bufere di neve. L’Orsa Maggiore rabbrividisce
irrigidita, bianca, di ghiaccio; tra i suoi denti sfavillanti trovo il
disco spezzato della Stella Polare.
Silenzio e immobilità sul ghiaccio azzurro; sotto le albe impassibili
dell’Aurora Boreale.
Sulla soglia del mio destino sta il vecchio Acquario: il flusso
ininterrotto del mio destino che egli fa sgorgare – si è agghiacciato –
il destino mio.
In questo giorno sono nato io e il mio cuore neonato, ad un tratto, si è
raggelato: un pezzo di ghiaccio, enorme e lucido.
Io credevo che un angelo soave e trasparente avesse portato con le sue dita
delicate il mio cuore – lontano dai beati orizzonti. Egli non è giunto: è
morto il mio tenero cuore tra gli artigli gelidi del ghiaccio.
In questo giorno sono nato io. Il mio cuore si è raggelato: un pezzo di
ghiaccio, enorme e lucido.
Non amo io. Il mio cuore è di ghiaccio – una pietra – spietato – come il
ferro. Non amo niente e nessuno. Non amo!
Oh, libro delle inimicizie!
Io strappo e prendo in mano il mio cuore – una pietra enorme e gelida – in
attesa – pronto a combattere!
Guai alle fronti fragili!

Il gemito

GEO MILEV

GEO MILEV

D’inverno la fredda foresta
mi apre dinanzi tristi sentieri
si spegne profondo tra le nere fronde
l’alba – precoce – una piaga.

Mi porta il mondo in posti tremendi
me – ansiosa e fumida, in paludi deserte
– oh foresta mia nera sorella!
Il tuo nero fogliame,
le mie lacrime piangon – ripetono, con lentezza, con amarezza
la preghiera, il gemito, il mio richiamo:
Ohimè, dov’è lui!

(Laggiù – mi chiama forse la tomba del mio amor dolente.)
Giorno e notte
senza requie
dappertutto io lo cerco
e nel mondo
avanzo
coi piedi lacerati, senza vigore
– in fondo alla notte è il cuore –
notte e giorno
senza requie
mille anni
mille secoli:
ohimè, dov’è lui?

E lancia il vento invernale
un grido gelido e affliggente
– un gemito pietrificato –
nel buio del dolore senza sofferenze
svanisce – la terra – allontanata.

Oh foresta mia nera sorella!

Il sole in caverne mute lo ammazza:
in notti orrende senza luce, senza stelle
egli risorge e nel sangue sguazza
agli incroci intrecciati nelle basse valli.
Il mio dolore lo raggiunge
– un incorporeo fantasma.
Rosso dagli omicidi, nero dalla nebbia morta,
egli entra nel mio sogno

(mentre dormono le icone)

sul far dell’alba – uno straniero atroce

(mentre dormono le icone)

e getta ai miei piedi
camicie insanguinate, teste nere

(mentre dormono le icone).

Non ho più viso – non ho più occhi
– oh sorella mia nera foresta!
Dinanzi a me il sentiero si torce
in una spirale amara, sotto l’alba funesta.