Al pittore Enrico Iunck

Edmondo De Amicis

Edmondo De Amicis

Che belle ore passammo, ardenti e lieti,
Sulle rive del Bosforo divine,
Tra le villette gialle e porporine,
All’ombra dei leandri e dei roseti!
Che belle ore sul mar, taciti e queti,
Stretti alla barca, con le fronti chine,
A guardar ne le bell’acque azzurrine
Il bianco tremolio dei minareti!
Che dolci sere, che superbe aurore
Sull’immensa metropoli rosata
Dai cento golfi e da le mille prore!
Tu avevi il riso di quel ciel nel volto
E aprivi al canto l’anima beata…
Misero, e dopo un anno eri sepolto.

Alla pioggia

Edmondo De Amicis

Edmondo De Amicis

Scendi a torrenti, giù, pioggia feconda.
Riga il ciel de le tua fila infinite,
Ravviva i germi, suscita le vite
Nel seno de la terra sitibonda!
5Scroscia ne la città negra ed immonda,
Gorgoglia ne le piazze inaridite,
Lava i sobborghi, spazza la mefite,
Corri, schizza, ringorga, inaffia, inonda!
Vedi, tutto si scote e si ridesta
10Sotto ai sonanti sprazzi cristallini,
Tutto sgocciola, tremola e fa festa,
E dai vetri t’applaudono i bambini
E i fiori verso te levan la testa
E le donne ti mostrano i piedini.

All’Acque dolci

Edmondo De Amicis

Edmondo De Amicis

Muto e non visto, all’ombra degli allori,
Sulla sponda io sedea d’una fontana,
E una bianca e superba musulmana
Posava mollemente in mezzo ai fiori.
E da tergo su lei gl’indagatori
Occhi velati di tristezza arcana
Fissava il servo, che l’infamia umana
Fa custode impotente degli amori.
Ei lungamente divorò cogli occhi
La rosea veste, che sui fior del prato
Stendendosi, parea che l’attraesse;
Poi cautamente reclinò i ginocchi,
E un lungo e muto e ardente e desolato
Bacio, fremendo, sulla veste impresse.

Biografia

Edmondo De Amicis

Edmondo De Amicis

Sotto una fitta grandine di zeri
Piantò a vent’anni il corso liceale,
E recitò; — ma la platea brutale
Lo caricò di mille vituperi.
Allora s’arrolò nei bersaglieri,
E n’uscì dopo un anno d’ospedale;
Sonò il flauto, giocò, fece il sensale,
Tutte l’arti tentò, tutti i mestieri.
Servì poi da copista un letterato
Che lo cacciò per mala ortografia,
Tentò di strangolarsi, e fu salvato;
Ottenne un posto allor di segretario,
Rubò, fuggì, cantò, fece la spia,
E poi fondò un giornale letterario.

Bontà

Edmondo De Amicis

Edmondo De Amicis

I.
Quella bontà che nel mio cor rinviene
La bella anima tua fervida e pia
Non è che un’amorosa cortesia,
La cortesia dell’anime serene.
È una bontà che dal voler non viene,
È un istinto di pace e d’armonìa,
È una dolcezza che la madre mia
Mi trasfuse nell’ossa e nelle vene.
E non è mia virtù, ma mio destino;
Non merta il nome benedetto e santo
A cui la fronte reverente inchino;
Ho l’indulgenza, la dolcezza, il pianto,
Come ha il trillo gentile il cardellino:
La mia bontà, diletto amico, è un canto.
II.
E chi m’offende con maligna mente
Non lo sdegno o lo sprezzo o l’odio o l’ira,
Ma una grande tristezza in cor m’ispira,
Una grande tristezza solamente.
E non solo a colui che il fa dolente
Il cor perdona, e l’amor suo sospira,
Ma sè stesso condanna e in sè s’adira
Chè altrui non sa ispirar quello ch’ei sente.
E le censure acerbe, e il franco e duro
Disdegno, e i colpi apertamente intesi
A umiliar l’orgoglio mio, non curo;
È l’odio freddo che il mio cor deride,
È l’odio di color che non offesi,
Questa è l’arma spietata che m’uccide.
III.
Oh chi afflisse o ferì l’anima mia,
O nei begli anni dell’età ridente,
O nell’età che in lotte aspre e cruente
La gentilezza del perdono obblía,
Venga, venga da me, qualunque sia
La sua fede, il suo nome e la sua mente,
Venga superbo o triste o sorridente,
E incontrerà il mio bacio per la via.
Venga da me in un giorno di dolore,
Mi troverà una lacrima negli occhi
Ed un fraterno palpito nel core;
E stringerò il suo capo sul mio petto
E gli porrò i miei bimbi sui ginocchi
E sarà benvenuto e benedetto.
IV.
E mi si disse: — Muterai natura
Sotto il morso crudel dei disinganni;
L’angelo de’ bei sogni aprirà i vanni,
Aprirà i vanni coll’età matura.
Voce bugiarda! È giunta la sventura
E l’onda amara dei virili affanni;
Ma sento sempre il cor come a vent’anni
E il sogno dell’antico angelo dura.
E cangi il mondo, rimarrò qual sono;
E vecchio, solo, derelitto, irriso,
Avrò ancora nell’anima il perdono;
E fin che non sarò nel cataletto,
Sulla mia bocca brillerà un sorriso
E nel mio core fremerà un affetto.

Crescit eundo

Edmondo De Amicis

Edmondo De Amicis

Quello che è giusto è giusto, ha un gran talento;
Ma parlando col debito rispetto,
(Si sa che ogni scrittore ha il suo difetto)
C’è nel suo stile un po’… direi… di stento.
Altri dice ch’è gonfio: io non dissento;
Qualche volta è un po’ gonfio e un po’ scorretto;
Ma tolto questo è uno scrittor perfetto.
Peccato che non abbia sentimento!
Ma è pien di fantasia, pien di pensiero;
Benchè manchi di gusto e sia sovente
Un po’… vuoto, un po’… fiacco, un po’… leggiero.
E qualche lampo l’ha… quantunque raro;
Ma ruba, santo Iddio, sfacciatamente!
Non so se sia più ladro o più somaro.

Dopo il teatro

Edmondo De Amicis

Edmondo De Amicis

Quando la notte per le vie tacenti
De la bella Torino addormentata
Discuto il dramma in mezzo alla brigata
Dei fidi amici miei lieti e ridenti,
Chi sa mai dir che razza di commenti
Faranno sulla nostra cicalata,
Dondolando la testa imberrettata,
I droghieri tranquilli e sonnolenti?
Cos’è — diranno — questa setta infame
Che par che sprezzi chi non ha uno stile
E parla di catastrofi e di trame?
In fede mia, ci vuol disinvoltura!
Dov’è, che fa l’autorità civile?
Cosa fanno le guardie di questura?

Gelosia

Edmondo De Amicis

Edmondo De Amicis

Ella era di Granata, ei di Siviglia,
E avean d’arabi il sangue ed il sembiante,
Ei vano, ella gelosa, e un scintillante
Stiletto nascondea nella mantiglia.
E un dì gli vide in fronte la vermiglia
Traccia del labbro de la nuova amante,
E — bada — mormorò, cupa e tremante, —
Un’ape ti ferì sopra le ciglia. —
Egli la fronte nelle man nascose,
Poi con volto ridente e risoluto:
— Un’ape sì, una dolce ape, — rispose.
— Ebben — diss’ella con un bieco riso,
— Senti se questa ha il pungiglion più acuto, —
E gli confisse lo stiletto in viso.

Gli emigranti

Edmondo De Amicis

Edmondo De Amicis

Cogli occhi spenti, con lo guancie cave,
Pallidi, in atto addolorato e grave,
Sorreggendo le donne affrante e smorte,
Ascendono la nave
Come s’ascende il palco de la morte.
E ognun sul petto trepido si serra
Tutto quel che possiede su la terra.
Altri un misero involto, altri un patito
Bimbo, che gli s’afferra
Al collo, dalle immense acque atterrito.
Salgono in lunga fila, umili e muti,
E sopra i volti appar bruni e sparuti
Umido ancora il desolato affanno
Degli estremi saluti
Dati ai monti che più non rivedranno.
Salgono, e ognuno la pupilla mesta
Sulla ricca e gentil Genova arresta,
Intento in atto di stupor profondo,
Come sopra una festa
Fisserebbe lo sguardo un moribondo.
Ammonticchiati là come giumenti
Sulla gelida prua morsa dai venti,
Migrano a terre inospiti e lontane;
Laceri e macilenti,
Varcano i mari per cercar del pane.
Traditi da un mercante menzognero,
Vanno, oggetto di scherno allo straniero,
Bestie da soma, dispregiati iloti,
Carne da cimitero,
Vanno a campar d’angoscia in lidi ignoti.
Vanno, ignari di tutto, ove li porta
La fame, in terre ove altra gente è morta;
Come il pezzente cieco o vagabondo
Erra di porta in porta,
Essi così vanno di mondo in mondo.
Vanno coi figli come un gran tesoro
Celando in petto una moneta d’oro,
Frutto segreto d’infiniti stonti,
E le donne con loro,
Istupidite martiri piangenti.
Pur nell’angoscia di quell’ultim’ora
Il suol che li rifiuta amano ancora;
L’amano ancora il maledetto suolo
Che i figli suoi divora,
Dove sudano mille e campa un solo.
E li han nel core in quei solenni istanti
I bei clivi di allegre acque sonanti,
E le chiesette candide, e i pacati
Laghi cinti di piante,
E i villaggi tranquilli ove son nati!
E ognuno forse sprigionando un grido,
Se lo potesse, tornerebbe al lido;
Tornerebbe a morir sopra i nativi
Monti, nel triste nido
Dove piangono i suoi vecchi malvivi.
Addio, poveri vecchi! In men d’un anno
Rosi dalla miseria e dall’affanno,
Forse morrete là senza compianto,
E i figli nol sapranno,
E andrete ignudi e soli al camposanto.
Poveri vecchi, addio! Forse a quest’ora
Dai muti clivi che il tramonto indora
La man levate i figli a benedire…
Benediteli ancora:
Tutti vanno a soffrir, molti a morire.
Ecco il naviglio maestoso e lento
Salpa, Genova gira, alita il vento.
Sul vago lido si distende un velo,
E il drappello sgomento
Solleva un grido desolato al cielo.
Chi al lido che dispar tende le braccia.
Chi nell’involto suo china la faccia,
Chi versando un’amara onda dagli occhi
La sua compagna abbraccia,
Chi supplicando Iddio piega i ginocchi.
E il naviglio s’affretta, e il giorno muore,
E un suon di pianti e d’urli di dolore
Vagamente confuso al suon dell’onda
Viene a morir nel core
De la folla che guarda da la sponda.
Addio, fratelli! Addio, turba dolente!
Vi sia pietoso il cielo e il mar clemente,
V’allieti il sole il misero viaggio;
Addio, povera gente,
Datevi pace e fatevi coraggio.
Stringete il nodo dei fraterni affetti.
Riparate dal freddo i fanciulletti ,
Dividetevi i cenci, i soldi, il pane,
Sfidate uniti e stretti
L’imperversar de le sciagure umane.
E Iddio vi faccia rivarcar quei mari,
E tornare ai villaggi umili e cari,
E ritrovare ancor de le deserte
Case sui limitari
I vostri vecchi con le braccia aperte.

Gli ultimi anni (a Giuseppe Giacosa)

Edmondo De Amicis

Edmondo De Amicis

I.
Beppe, ricordi il mio sogno dorato,
Quando sudavi ancor sulle Pandette,
Di raccoglierci, vecchi, in due villette
Sulla riva del mar dove son nato?
Io te Io dissi un giorno e tu, beato,
Con quel riso che assente e che promette,
— Verrò — dicesti e le mie mani hai strette,
E — giuralo — ti dissi, e l’hai giurato.
Poi diventasti babbo e cavaliere
E il sogno forse del tuo fido amico
Scordasti già da molte primavere.
Ma ti verrò una notte a rammentare,
Silva implacato, il giuramento antico,
E a tuo dispetto morirai sul mare.
II.
Già veggo sulla mia spiaggia diletta
Spuntare un vecchio dall’aspetto blando,
Ed un altro vecchietto venerando
Sbucar, tossendo, da la sua casetta;
Tremoli e curvi, per la via soletta
Salgono a lento passo, e a quando a quando
Li vedo di lontan, gesticolando.
Alzar la tabacchiera e la gazzetta.
Intanto dietro al mar caldo si cela
Il sol, dorando un borgo sull’altura,
E nel golfo gentil passa una vela;
Poi fra le piante de la via romita
Si nascondono i vecchi, e il ciel s’oscura…
Così sogno la fin della mia vita.
III.
Tu avrai dintorno allora e forse anch’io
Un branco di ragazzi impertinenti,
Di signorine bionde e di studenti
Che ci faranno in casa il diavolìo;
Ma forte io del tuo senno e tu del mio,
Vigileremo sui due sessi, attenti
A soffocar le simpatie nascenti
Attenti, Beppe, per amor di Dio!
E colto appena a volo il suon d’un: t’amo,
Rimanderemo i due precoci amanti
L’uno al suo greco e l’altra al suo ricamo;
E faremo tremar gli sciagurati
Con solenni parole altisonanti…
Ridendo sotto i baffi intabaccati.
IV.
E quando in cassa ci saran quattrini
Si farà festa al nostro focolare;
Imbandiremo un lauto desinare
E inviteremo i sindaci vicini;
E allegramente coleranno i vini
A ravvivarci le memorie care
E lasceremo entrar l’aria del mare
Ad agitare i riccioli ai bambini;
E fino a notte, dai terrazzi aperti
Si spanderà per gli orti un suon di canti,
E i sindaci usciranno a passi incerti;
E resteremo noi, dopo il convito,
Col mento in mano e gli occhi luccicanti
A sorseggiarne in pace un altro dito.
V.
E passeggiando pel gentil paese
Dove l’ulivo pio cullano i venti,
Penseremo ai fuggiti anni ridenti
E all’arte e al mondo che ci fu cortese;
Io dell’armi all’amor che un dì m’accese
E ai vaghi aspetti di lontane genti,
Tu al plauso antico dei teatri ardenti
E alla verde beltà del Canavese;
E agli amici dispersi, alle sonore
Cene, ai voli dell’estro adolescente,
Ed alle prime simpatie del core;
E poi, dato un sospiro a quei begli anni,
Torneremo a parlar placidamente
Di cedole, di tasse e di malanni.
VI.
Ma in un giorno di vento e d’umor nero,
Tra uno schianto di tosse e uno starnuto,
Liticheremo, e tu sarai cocciuto
E impertinente, ed io rozzo ed altero;
E dopo un urto impetüoso e fiero
Ci pianteremo là senza saluto,
E ognun ripiglierà torbido e muto
A passo tentennante il suo sentiero.
Ma pervenuti appena ai nostri tetti.
Ci volteremo tutti e due, con viva
Tenerezza agitando i fazzoletti;
E fidando al guancial la fronte stanca
Ci sentiremo entrambi una furtiva
Stilla di pianto ne la barba bianca.
VII.
Ma ho un anno più di te, Beppe, e son io
Che dirò addio pel primo alla marina;
E tu, dopo tanti anni, una mattina
Non sentirai più al fianco il braccio mio;
E già veggo il corteo tacito e pio
Lentamente calar da la collina,
E tu seguirlo con la fronte china,
— Addio — dicendo — vecchio amico, addio!
Quindi fra i ceri, in mezzo alla commossa
Folla, tu leggi soffocando il pianto
Qualche verso gentil su la mia fossa;
E poi torni a la villa afflitta e queta,
Ed apri al core de’ miei figli infranto
Il tuo bel cor di padre e di poeta.
VIII.
Ma non parlar di me con troppo amore
Nei versi che farai pel funerale,
Se no salterà su qualche giornale
A dir che sei venduto all’Editore;
Potrai dir ch’ero un asino di core,
Un vecchio bimbo, un matto originale.
Che non ebbe nell’anima leale
L’ombra d’un odio mai nè d’un rancore;
E dirai che son morto impenitente,
Fido al vecchio Manzoni incretinito
Che incretinì l’Italia anticamente;
Ma che fra le due scole guerreggianti
Che rompono oramai quel che hai capito
Davo un sacco di torti a tutti quanti.