Dopo il teatro

Edmondo De Amicis

Edmondo De Amicis

Quando la notte per le vie tacenti
De la bella Torino addormentata
Discuto il dramma in mezzo alla brigata
Dei fidi amici miei lieti e ridenti,
Chi sa mai dir che razza di commenti
Faranno sulla nostra cicalata,
Dondolando la testa imberrettata,
I droghieri tranquilli e sonnolenti?
Cos’è — diranno — questa setta infame
Che par che sprezzi chi non ha uno stile
E parla di catastrofi e di trame?
In fede mia, ci vuol disinvoltura!
Dov’è, che fa l’autorità civile?
Cosa fanno le guardie di questura?

Gelosia

Edmondo De Amicis

Edmondo De Amicis

Ella era di Granata, ei di Siviglia,
E avean d’arabi il sangue ed il sembiante,
Ei vano, ella gelosa, e un scintillante
Stiletto nascondea nella mantiglia.
E un dì gli vide in fronte la vermiglia
Traccia del labbro de la nuova amante,
E — bada — mormorò, cupa e tremante, —
Un’ape ti ferì sopra le ciglia. —
Egli la fronte nelle man nascose,
Poi con volto ridente e risoluto:
— Un’ape sì, una dolce ape, — rispose.
— Ebben — diss’ella con un bieco riso,
— Senti se questa ha il pungiglion più acuto, —
E gli confisse lo stiletto in viso.

Gli emigranti

Edmondo De Amicis

Edmondo De Amicis

Cogli occhi spenti, con lo guancie cave,
Pallidi, in atto addolorato e grave,
Sorreggendo le donne affrante e smorte,
Ascendono la nave
Come s’ascende il palco de la morte.
E ognun sul petto trepido si serra
Tutto quel che possiede su la terra.
Altri un misero involto, altri un patito
Bimbo, che gli s’afferra
Al collo, dalle immense acque atterrito.
Salgono in lunga fila, umili e muti,
E sopra i volti appar bruni e sparuti
Umido ancora il desolato affanno
Degli estremi saluti
Dati ai monti che più non rivedranno.
Salgono, e ognuno la pupilla mesta
Sulla ricca e gentil Genova arresta,
Intento in atto di stupor profondo,
Come sopra una festa
Fisserebbe lo sguardo un moribondo.
Ammonticchiati là come giumenti
Sulla gelida prua morsa dai venti,
Migrano a terre inospiti e lontane;
Laceri e macilenti,
Varcano i mari per cercar del pane.
Traditi da un mercante menzognero,
Vanno, oggetto di scherno allo straniero,
Bestie da soma, dispregiati iloti,
Carne da cimitero,
Vanno a campar d’angoscia in lidi ignoti.
Vanno, ignari di tutto, ove li porta
La fame, in terre ove altra gente è morta;
Come il pezzente cieco o vagabondo
Erra di porta in porta,
Essi così vanno di mondo in mondo.
Vanno coi figli come un gran tesoro
Celando in petto una moneta d’oro,
Frutto segreto d’infiniti stonti,
E le donne con loro,
Istupidite martiri piangenti.
Pur nell’angoscia di quell’ultim’ora
Il suol che li rifiuta amano ancora;
L’amano ancora il maledetto suolo
Che i figli suoi divora,
Dove sudano mille e campa un solo.
E li han nel core in quei solenni istanti
I bei clivi di allegre acque sonanti,
E le chiesette candide, e i pacati
Laghi cinti di piante,
E i villaggi tranquilli ove son nati!
E ognuno forse sprigionando un grido,
Se lo potesse, tornerebbe al lido;
Tornerebbe a morir sopra i nativi
Monti, nel triste nido
Dove piangono i suoi vecchi malvivi.
Addio, poveri vecchi! In men d’un anno
Rosi dalla miseria e dall’affanno,
Forse morrete là senza compianto,
E i figli nol sapranno,
E andrete ignudi e soli al camposanto.
Poveri vecchi, addio! Forse a quest’ora
Dai muti clivi che il tramonto indora
La man levate i figli a benedire…
Benediteli ancora:
Tutti vanno a soffrir, molti a morire.
Ecco il naviglio maestoso e lento
Salpa, Genova gira, alita il vento.
Sul vago lido si distende un velo,
E il drappello sgomento
Solleva un grido desolato al cielo.
Chi al lido che dispar tende le braccia.
Chi nell’involto suo china la faccia,
Chi versando un’amara onda dagli occhi
La sua compagna abbraccia,
Chi supplicando Iddio piega i ginocchi.
E il naviglio s’affretta, e il giorno muore,
E un suon di pianti e d’urli di dolore
Vagamente confuso al suon dell’onda
Viene a morir nel core
De la folla che guarda da la sponda.
Addio, fratelli! Addio, turba dolente!
Vi sia pietoso il cielo e il mar clemente,
V’allieti il sole il misero viaggio;
Addio, povera gente,
Datevi pace e fatevi coraggio.
Stringete il nodo dei fraterni affetti.
Riparate dal freddo i fanciulletti ,
Dividetevi i cenci, i soldi, il pane,
Sfidate uniti e stretti
L’imperversar de le sciagure umane.
E Iddio vi faccia rivarcar quei mari,
E tornare ai villaggi umili e cari,
E ritrovare ancor de le deserte
Case sui limitari
I vostri vecchi con le braccia aperte.

Gli ultimi anni (a Giuseppe Giacosa)

Edmondo De Amicis

Edmondo De Amicis

I.
Beppe, ricordi il mio sogno dorato,
Quando sudavi ancor sulle Pandette,
Di raccoglierci, vecchi, in due villette
Sulla riva del mar dove son nato?
Io te Io dissi un giorno e tu, beato,
Con quel riso che assente e che promette,
— Verrò — dicesti e le mie mani hai strette,
E — giuralo — ti dissi, e l’hai giurato.
Poi diventasti babbo e cavaliere
E il sogno forse del tuo fido amico
Scordasti già da molte primavere.
Ma ti verrò una notte a rammentare,
Silva implacato, il giuramento antico,
E a tuo dispetto morirai sul mare.
II.
Già veggo sulla mia spiaggia diletta
Spuntare un vecchio dall’aspetto blando,
Ed un altro vecchietto venerando
Sbucar, tossendo, da la sua casetta;
Tremoli e curvi, per la via soletta
Salgono a lento passo, e a quando a quando
Li vedo di lontan, gesticolando.
Alzar la tabacchiera e la gazzetta.
Intanto dietro al mar caldo si cela
Il sol, dorando un borgo sull’altura,
E nel golfo gentil passa una vela;
Poi fra le piante de la via romita
Si nascondono i vecchi, e il ciel s’oscura…
Così sogno la fin della mia vita.
III.
Tu avrai dintorno allora e forse anch’io
Un branco di ragazzi impertinenti,
Di signorine bionde e di studenti
Che ci faranno in casa il diavolìo;
Ma forte io del tuo senno e tu del mio,
Vigileremo sui due sessi, attenti
A soffocar le simpatie nascenti
Attenti, Beppe, per amor di Dio!
E colto appena a volo il suon d’un: t’amo,
Rimanderemo i due precoci amanti
L’uno al suo greco e l’altra al suo ricamo;
E faremo tremar gli sciagurati
Con solenni parole altisonanti…
Ridendo sotto i baffi intabaccati.
IV.
E quando in cassa ci saran quattrini
Si farà festa al nostro focolare;
Imbandiremo un lauto desinare
E inviteremo i sindaci vicini;
E allegramente coleranno i vini
A ravvivarci le memorie care
E lasceremo entrar l’aria del mare
Ad agitare i riccioli ai bambini;
E fino a notte, dai terrazzi aperti
Si spanderà per gli orti un suon di canti,
E i sindaci usciranno a passi incerti;
E resteremo noi, dopo il convito,
Col mento in mano e gli occhi luccicanti
A sorseggiarne in pace un altro dito.
V.
E passeggiando pel gentil paese
Dove l’ulivo pio cullano i venti,
Penseremo ai fuggiti anni ridenti
E all’arte e al mondo che ci fu cortese;
Io dell’armi all’amor che un dì m’accese
E ai vaghi aspetti di lontane genti,
Tu al plauso antico dei teatri ardenti
E alla verde beltà del Canavese;
E agli amici dispersi, alle sonore
Cene, ai voli dell’estro adolescente,
Ed alle prime simpatie del core;
E poi, dato un sospiro a quei begli anni,
Torneremo a parlar placidamente
Di cedole, di tasse e di malanni.
VI.
Ma in un giorno di vento e d’umor nero,
Tra uno schianto di tosse e uno starnuto,
Liticheremo, e tu sarai cocciuto
E impertinente, ed io rozzo ed altero;
E dopo un urto impetüoso e fiero
Ci pianteremo là senza saluto,
E ognun ripiglierà torbido e muto
A passo tentennante il suo sentiero.
Ma pervenuti appena ai nostri tetti.
Ci volteremo tutti e due, con viva
Tenerezza agitando i fazzoletti;
E fidando al guancial la fronte stanca
Ci sentiremo entrambi una furtiva
Stilla di pianto ne la barba bianca.
VII.
Ma ho un anno più di te, Beppe, e son io
Che dirò addio pel primo alla marina;
E tu, dopo tanti anni, una mattina
Non sentirai più al fianco il braccio mio;
E già veggo il corteo tacito e pio
Lentamente calar da la collina,
E tu seguirlo con la fronte china,
— Addio — dicendo — vecchio amico, addio!
Quindi fra i ceri, in mezzo alla commossa
Folla, tu leggi soffocando il pianto
Qualche verso gentil su la mia fossa;
E poi torni a la villa afflitta e queta,
Ed apri al core de’ miei figli infranto
Il tuo bel cor di padre e di poeta.
VIII.
Ma non parlar di me con troppo amore
Nei versi che farai pel funerale,
Se no salterà su qualche giornale
A dir che sei venduto all’Editore;
Potrai dir ch’ero un asino di core,
Un vecchio bimbo, un matto originale.
Che non ebbe nell’anima leale
L’ombra d’un odio mai nè d’un rancore;
E dirai che son morto impenitente,
Fido al vecchio Manzoni incretinito
Che incretinì l’Italia anticamente;
Ma che fra le due scole guerreggianti
Che rompono oramai quel che hai capito
Davo un sacco di torti a tutti quanti.

Grandinata

Edmondo De Amicis

Edmondo De Amicis

I.
L’aria s’affredda, il sole si nasconde,
Radon la terra i passeri sgomenti,
Fuggon nel polverío, preda dei venti,
Le inaridite foglie vagabonde;
Fra le voci del ciel cupe e profonde
Sonano risa e passi di fuggenti,
E strilli acuti, e colpi vïolenti
D’imposte, e un lamentío lungo di fronde.
Poi tace la città trista e soletta
E dietro ogni finestra ansiosamente
S’affaccia un volto attonito che aspetta.
Casca e salta ad un tratto al piede mio
Un granellino bianco e rilucente…
Eccola, viene che la manda Iddio.
II.
Strepitando vien giù candida e bella,
Batte il suol, tronca i rami, il cielo oscura,
E nelle grigie vie sonante e dura
Picchia, rimbalza, rotola, saltella;
Squassa le gronde, i tetti alti flagella,
Sbriciola sibilando la verzura,
Ricasca dai terrazzi e nelle mura
S’infrange, e vasi e vetri urta e sfracella;
E per tutto s’ammonta e tutto imbianca;
Ma lentamente l’ira sua declina
E solca l’aria diradata e stanca;
Poi di repente più maligna stride,
Poi tutto tace, e sulla gran ruina
Perfidamente il ciel limpido ride.

A un giovanetto

Edmondo De Amicis

Edmondo De Amicis

Tu pur ti levi in provocante aspetto
Tra gli aristarchi a lacerarmi intesi,
E ingenuamente l’anima palesi
Infiammata d’orgoglio e di dispetto.
Dimmi: come, perchè dentro al tuo petto
Tanto furor d’inimicizia accesi?
In che ti nocqui mai? Quando t’offesi?
Di che vuoi tu punirmi, o giovinetto?
Pur sotto al velo del superbo stile
La non velata mia mente indovina
L’anima bella e ‘l cor franco e gentile.
Ah l’umana follía saggio chi irride!
Il sangue, il cor, l’età ci ravvicina,
E l’arte, amor d’entrambi, ci divide.

Il 20 settembre 1870

Edmondo De Amicis

Edmondo De Amicis

Anch’io gl’intesi i primi inni guerrieri
Sonar ne la città sacra a le genti,
E scendere a fiumane i reggimenti
Per le solenni vie belli ed alteri!
Scendean raggianti, tempestosi e neri
Fra i muti chiostri e gli alti monumenti,
E le grida e i singhiozzi dei redenti
Eran dell’onda armata i messaggeri;
E mentre qui tra le fraterne schiere
Rompea la folla, le invocate lame
Baciando e i volti amati e le bandiere,
Fuggìa di là stravolto e fremebondo,
Coll’onta in core, il mercenario infame
E rovinava sui suoi passi un mondo.

A una turca

Edmondo De Amicis

Edmondo De Amicis

Bella turchetta coi cerchioni agli occhi
Che scendi a lesti passi per la china
E sgonnelli la veste cremesina
E lunghe umide occhiate ai Franchi scocchi,
Perchè, ligia al voler dei turchi sciocchi,
Col tuo candido vel di monachina
Copri il visetto bianco di farina
Mentre mostri benissimo i ginocchi?
Vedi cos’è passar lunghe giornate
Con le gambette in croce sul cuscino!
Bella turchina, hai le gambette arcate.
Ma il piede è così dritto e così snello,
E tutto, fuor che l’arco, è così fino…
Ahi, me infelice, che anche l’arco è bello!

Il cocciuto

Edmondo De Amicis

Edmondo De Amicis

Scrivi e riscrivi, e nè cortesi accenti
Nè il suon d’un plauso animator riscoti,
E i versi tuoi non leggono che i proti
E i vecchi amici e i prossimi parenti.
Ed ogni via dell’arte invan ritenti
E stilli e ponzi e t’agiti e t’arroti,
E il grave incarco dei volumi ignoti
Tra la folla che passa, urlando, ostenti.
Invano, invano! Di tue veglie amare
L’informe opera, morta anzi che nata,
Nel gran mar dell’obblío tonfa e dispare;
E più t’ostini, e con più alto riso
E più sdegnosa man, l’inesorata
Gloria ti sbatte le sue porte in viso.

A un’andalusa

Edmondo De Amicis

Edmondo De Amicis

T’ho vista al Circo, bruna maledetta,
E m’hai messo le fibre alla tortura…
Avevi indosso la tua veste oscura
E un giglio al capo e al collo una crocetta
Ed era ogni tuo sguardo una saetta
Ed ogni riso una morsicatura,
E con lasciva e perfida impostura
Stavi al tuo sposo avvitichiata e stretta;
E vedendo piegar sotto i lucenti
Ferri la testa fulminata i tori,
Le nari aprivi e digrignavi i denti;
E fiutavi il sangue sulle arene,
Bruna feroce, e ti fuggía dai pori
L’inferno che ti bolle entro le vene.