Figura del centurione

Davide Rondoni

Davide Rondoni

Figura del centurione
O Signore non son degno – degno noanzi quasi tutto bagnatoo interamente svergognatodi star qui come un sasso, una pietra,un ferro, figurati anchese invitarti a cena,
di partecipare alla tua mensa
per dividere i miei avanzi, il freddo
dei miei pasti, la tovaglia stupida
quadrettata, la sedia
sghemba, la bottiglia già iniziata,
e l’ombra della fronte sconcia
o portarti per un bicchiere
al primo bar.
Ma di’
ma di’ solo e soltanto
una parola, una cosa,
un uccelletto di voce,
di’ solo e soltanto
un niente -quel che ti passa
per la mente o per la testa
così incoronata di cielo
e di tempesta
di’ solo e soltanto
lascia magari cadere
un grano delle tue preghiere
o anche non dir niente
leggerò sulle labbra appena
o sentirò con gli occhi bassi
che un bacio d’aria viene
e io sarò salvato
dalle jene dei miei errori
e l’anima devastata avrà
la vita piena – –

Incinta; dice il test

Davide Rondoni

Davide Rondoni

Non chiamarlo, vienenella sua forza semilucente,è già una parte del tuo sorrisoviene come il profumo dei boschi,un niente, il muso improvvisodella lepre, è già una pieganelle tue mani, siedesul trono che diventi.
E’ un aumento
che ha dismisura di nubi,
fa paura come l’inizio del vento
che piega i rami ma ravviva i colori.
Mio amore bello e pieno di tormento,
la sua impronta è già nella nostra
figura. La felicità
è l’attesa, è il tempo.

Io non voglio diventare vecchio

Davide Rondoni

Davide Rondoni

Io non voglio diventare vecchio
perché lo sono già stato mille volte
e so già il buio e quella vile tempesta.
Ora che piango come vidi
pianger mio padre, la stessa ruga e la testa
abbattuta, piena di sgomento,
imparo che la giovinezza
non corre nelle sorprese
del sangue ma nello sguardo che un vento
strappa da terra
per vedere in questo duro paese
l’infinita somiglianza tra Dio
e il viso di lei tutte le sere, i rami
nudi contro il cielo, il vino
fermo nel bicchiere…

L’angelo delle tangenziali

Davide Rondoni

Davide Rondoni

L’angelo delle tangenziali
Stava seduto sul guardrail
nella luce spiovente d’arancio
d’un grande lampione.
La nebbia
rancida
————-
bagnava – –
La vita, diceva,
bestia la vita,
mentre lo sfiorava la voluminosa
carezza dei tir
che vanno come sogni in autostrada.
Non mi trovo più addosso
un gesto solo che sia vergine
———————————-
che sia d’alba,
diceva fissandosi le mani,
———————————-
e di piano scimuniva.
(Lo incontro mille volte al ritornoda chissà doveo quando i viaggi nel sonno finiscono
su mozartiane
o vascorossiane tangenziali e poi si disfano in cunicoli,
mio povero angelo,
il mio e di ostiati come lui – -)
o mia vita, ripeto e ripeteva,che non senti l’albanelle ossa e nelle giunture, ma il sale e solo il vento che dirada mai, che si placa mai

Quante Volte Milano

Davide Rondoni

Davide Rondoni

Quante volte, Milano
dalla mia terra più dolce
sono arrivato davanti al tuo volto
piatto, senza respiro.
E’ il tempo dell’amore duro,
è notte, solo notte, è dignità
di sguardi che sanno d’averla
perduta, è il viale dove scendo
come bestia che è pazza a cercare
l’asfalto nero, rapido
e luminoso di pioggia come
uno stordimento.
Pioggia anche la mattina
giù dai vetri larghi al supermarket,
acqua sentita per un istante,
una stretta nel cuore all’uscita
dalle porte a cellula di luce
e giù la testa, di corsa
fino all’entrata confusa nell’auto
tra l’odore dei vestiti bagnati
e la carezza gelida del cellophàn.
Devo scordarmi di lei,
scesa per le scale
del metrò, senza più bellezza per me,
devo scordarmi di me, chiuso
in auto a guardarla senza più pensiero.
Devo scordarmi quel tuo nero, Milano,
e il vaniloquio del traffico
sotto l’acqua, e il giorno e l’ora,
scoprire che non c’era
né diritto né speranza, e neanche
amore, ma furore, solo dolce
e demente furore.
Quante volte dalla mia terra più calma
sono venuto al tuo inferno.
Mi conoscono i fedeli dei chioschi notturni,
illuminati come stelle gelate, le mosche
che sembrano i maghrebini, i turchi
che stanno intorno a trafficare, ad aver pace.
Quante volte sono venuto al tuo inferno,
Milano, a inaugurarlo.
E se quella notte speravo in una notte
più calma e di risentire il mare
non era per predare, non era
per gettare il capo in un bianco fuoco,
ma era per avere quiete, quiete
se non amore, quiete un poco…

Sembra venire a volte

Davide Rondoni

Davide Rondoni

Sembra venire a volte
come opera del niente
il giorno
nei tram, nelle vetrinette
dei bar.
Non hanno sentinelle le nostre città,
chi veglia lo fa per mestiere
o per disperanza.
E il nemico nessuno
lo ha mai visto arrivare.
Davide Rondoni (Forlì, 1964), da Il bar del tempo (Guanda, 1999)

Via Vizzani, Bologna

Davide Rondoni

Davide Rondoni

Via Vizzani, Bologna
I colori accesi del video sbiadiscono –
sta salendo l’alba
nel riquadro della finestra,
in una stanza dai mobili ancora provvisori,
in questa città italiana e feroce.
Miller scrisse
che saremmo tutti divenuti Rimbaud
e stanotte si è alzata
la mia sensibilità come un fischio
d’erba alle labbra di un giovane dio.
E ora che forza
il bianco dei primi grandi lenzuoli
appesi ai balconi, che stracci
di sonno nei rami degli alberi,
che eternità nella linea chiusa degli occhi
di mia moglie e che annunci
nel battito in gola dei colombi.
Ci sono notti gravi come stragi
e altre leggere come sogni
e notti che passano rapide
come shock in sguardi femminili.
Solo ora, nella luce interna dell’alba,
mi accorgo che qualcosa si è mosso
al centro dell’universo,
quella maglia l’ha rotta
una prima saetta di rondine,
un velo dal cielo forse s’é scosso
rivelando un azzurro estremo,
o era in moto la sotterranea faglia.
(Oppure il sorriso mezzo scemo di un angelo
coi sacchetti della spesa
che ho visto salire di spalle
sul primo tram,
il venticinque ancora grande e vuoto…)

“Pro nobis, Pantani”

Davide Rondoni

Davide Rondoni

E adesso non devi vincere
più
ti levi in silenzio
sui pedali
sulla linea del mare – –
potevi far morire il ciclismo
due battute ai giornali
ma hai piegato sul petto
le ali delle vittorie, smarrito anche
il cinismo e come un Charly Parker
hai cercato notte e crepacuore –
Vinci per me adesso Pantani,
per le volte che mi cadono le mani,
il fiato in salita
non ce la fa, e
vinci braccia alzate
sulla linea dove crollano
le corse degli amori,
per i visi cari
che si perdono lontani –
pirata di noi che sbagliamo
guizza via dalle ombre
che allungano giorni vani,
lucertola sii ancora
della nostra anima
malata e vittoriosa –
continua a salire per noi, Pantani
vedi dopo la curva come trema
la luce del vento
l’aria grandiosa

(Forlì, 1964), da Apocalisse amore (Mondadori, 2008)

A G.Ungaretti, visto di notte alla televisione leggere “I fiumi”

Davide Rondoni

Davide Rondoni

Non ho fiumi io,
non ho mai vissuto sporgendo
il volto sull’acqua
che quieta o vorticosa
taglia la città, nobilita o nel gorgo
riporta via tutti i pensieri.
Non ho avuto
gradoni di pietra su cui disteso
perdere sotto il sole
il lume della mente, addormentando.
Non la loro vita
da rubare, da prendere
nel sangue quel ritmo,
quel fermento.
Ho avuto viali,
strade larghe, rumorose, il getto alto
di tangenziali,
braccia aperte di povera madre
vene da cui entra in città
ogni genere di roba.
Ho avuto viali d’alberi
o rapide vertigini tra pareti di acciaio
e di vetro oscuro.
Cento volte risaliti, come vecchie
canzoni, cento volte ridiscesi,
nessuno più che chiede
che davvero lo si guardi.
Ho avuto viali che il caos
rende identici, che sotto la pioggia
sono l’inferno,
sono frenetici.
Ma alla notte, quando cade
la notte
si ridisegnano,
viali nuovi
d’ombra e di solitudine,
quando li illumina il lento
collo dei lampioni e lo spegnersi
delle ultime réclame.
Si muovono allora leggermente,
ramificano, forse rotea un poco
tutta la città;
qualcuno finisce
in faccia a un castello, a una
cattedrale, altri smuoiono
sotto i fari arancio di un nodo autostradale – –
i viali la notte respirano
con le foglie dei platani, larghe, nere,
per i buchi oscuri alle finestre,
le grate del metrò e l’aria nenia
che dorme sui bambini.
Tirano il fiato quando va via
il passaggero sull’ultimo tram –
I viali mi danno
una vita speciale,
che non è pianto e allegria
non è, ma una ventosità,
un andare
ancora andare
che viene da chissà che mari,
da quali valli, da grandi fiumi.