Stupore

Daniele Bollea

Debbo essere venuto al mondo
affetto da inguaribile stupore
e naufrago rimasto sulla riva
ancora sono bagnato dall’ignoto,
da quel nero fondo prima d’esser nato
mare color d’ardesia incatramato.
E mi rallegra il sole
col verde, il rosso, il giallo,
l’azzurro ed il marrone, e la notte
col nero di bianco puntinato.
Nessun programma per domani,
tanto deploro uno spettacolo sciupato,
e più rivedo il film, più mi consolo,
sono ripetente di un giorno solo.
Un ripetente, che dall’ultimo banco
grida presente, in nome d’un mondo
vivo che in altra vita evolve pellegrino.
Un naufrago che dalla sua riva
di colorato incanto invoca
una breccia nella morta materia
di cui la vita nasce prigioniera
e a cui infine si arrende.
Pietà, pietà signore,
di ogni sorpresa di ogni stupore,
una breccia basta solo una breccia
e l’anima respira.
Da Lathe Biosas

Vita concisa di Andrea Alviti

Daniele Bollea

Va a scrutare i disegni di Dio benedetto
oggi che se gli viene un cuore con un difetto,
Lui che lo ha creato non si rassegna
e tesse in te il sapere e lo rammenda.
Mamma sta tranquilla: se non torno…
starò con gli angioletti in girotondo.
Otto volte sei tornato cuore aperto,
subito in piedi cipressetto svelto.
Aiutavi tua madre a far la casa bella,
vento che pulisce andando a spasso.
In sala, diceva mamma, vai con “Vaporella”
e tu le rispondevi: bello che fatto.
Ogni tuo giorno poteva essere l’ultimo,
e tu, cuore vissuto, lo vivevi al meglio,
buono e pulito come la tua maglia,
pronto a partire quando Dio comanda.
Si avvicinava un’altra operazione
eppure hai continuato a vivere perfetto
e sei caduto, in divisa, servendo colazione
a un passo da diploma e da scudetto.
Ricordino i parenti e gli amici in veste nera,
che ti hanno seppellito in questa terra,
di vivere come te leggeri e santi
che mai li vorresti cuori affranti.
Da Lathe Biosas

Volterra

Daniele Bollea

Pensa al frammento di una costa
su un mare che non esiste più.
Restano le conchiglie sul selciato
e un oceano d’aria che s’infrange
sulla scogliera alta delle mura.
Da lì vedi una mareggiata quieta
di colli di creta tra cime
di vulcani emersi ma non nati,
isole alberate, rifugio di querce sacre
da che le distrussero i romani
lasciando questo pianeta in creta viva
che si ricopre d’erba a primavera.
Chi vive questo colle è ancora etrusco
e porta per le vie gli stessi volti
che trovi nel museo scolpiti in pietra,
con l’espressione di un orgoglio triste
di chi, dall’alto di tremila anni,
pensa che sia giunta la sua ora,
l’onda che finalmente supera le mura.
Chiuso tra le sue pareti a faccia a vista
non ricorda le querce sacre, le sacre fonti
e lascia la sua città sempre più vuota e bella,
sarcofago di un popolo che venerò la terra.
Ma è allora che si risveglia la tua voce etrusca
che dalle vuote strade il vento emana
e noi disperse greggi a te richiama Volterra.
Da prendere terra

Primo canto – La parola magica

Daniele Bollea

Come nacque la parola che si staglia
da fondi di rumore naturale
che fece del silenzio la lavagna
su cui si associarono le parole?
poesie di sillabe?
echi d’emozioni primordiali?
canti del se riflesso in ogni cosa ?
Un nome e compariva l’immagine
del figlio che non torna, del padre dipartito,
un racconto sembrava un film a colori.
Tale magico potere aveva la parola
che non potevi fare a meno di seguirla
così come al richiamo di un anatra a migrare
si levano le compagne in volo.
Chissà che non siano state proprio le cose
vive nella mente universale
a farci pronunciare il loro nome
e il cosmo per primo a parlare
e noi con lui a pensare ad alta voce.
Grandi frasi come costellazioni di parole
hanno descritto terra e cielo
e intessuto mitici serti
a dare maestà alla tragedia umana
a vincer la paura della morte.
Ed era ancora il Cosmo a rivelarsi a noi:
piovvero dai cieli magici racconti
storie di dei pianeti nei regni zodiacali,
quasi fosse il firmamento
il disco fisso della memoria
e l’indicibile vuoto che in noi desta
un vapore saturo di gesta
oltre che dell’ io sono
l’androne maestoso.
Non potevamo allora dubitare
né chiederci cosa fosse il mondo
che a noi si presentava e che eravamo
era la fede il senso del reale,
il cosmo il nostro cuore,
e le parole la voce del signore.
Da l’anima ricorda

Secondo canto

Daniele Bollea

L’anima muta al mutare che fanno le parole
come la vita che emigra in terre nuove.
Quale fu il percorso? se fu evoluzione
o il suo opposto, se fu una via senza ritorno
sbarrata da peccati originali dicci signore…….
Da l’anima ricorda

Basta per l’amicizia

Daniele Bollea

A mio papà
In un sentiero d’ alta montagna
parlavamo con dei compagni di via,
e io sottovoce; perché usiamo il tu?
Vedi Daniele: basta per l’amicizia
un pezzo di strada insieme
e vedere quel che l’altro vede
e sentire quel che l’altro sente.
Sui 3 mila poi, un ghiaione, un nevaio,
un passo, e già si diventa amici.
Bambino che ancora non sei nato
che Dio ti mandi un padre come il mio,
nato col sogno di far felice il mondo.
Quando mi prendeva per mano
c’eravamo solo io e lui,
liberi dalla paura che risuona
tra ciò che è stato e ciò che sarà.
Io e lui e quella consueta
ma sempre nuova via che si estende
tra le valli ignorate del presente,
dove l’amore avvalora il mondo.
Con voce calma rispondeva
a tutte le mie domande,
e intanto senza accorgermene
mi ritrovavo indosso
un mondo cucito su misura,
e una grande voglia di viverci dentro.
Da l’anima ricorda

Coinquilini

Daniele Bollea

Linee di onda in teoria di orizzonti,
le musiche compresse in un respiro.
Gerarchie di Matriosche,
le voci nascoste dentro un suono;
insiemi di gesti si risolvono in uno.
Chi veramente avanza?
non io, non io soltanto.
Il nome, la persona sono solo
etichette apposte sul mistero
dei tanti racchiusi nell’uno,
nell’io che vive tra tanti,
per cui altruismo è solo simmetria,
pace, equilibrio, ecologia
e amando gli altri
sei a te stesso caro.
Coinquilini del tempo,
che dentro me vivete,
deponiamo paure e rancori
e raccolte le flebili voci,
come uccelli in stormo,
leviamo un canto all’uno
che in alto ci accoglie
e in cui affondiamo radici:
Amor che muove il sole
e le altre stelle
e ai naviganti
intenerisce il cuor.
Da Lathe Biosas

Fa’ il punto

Daniele Bollea

Alle pareti di questa taverna: alberi.
Sul soffitto nuvole in viaggio e poi le stelle.
Raccolti intorno ad una tavola
scambiamo cibi e pensieri.
Non ti mostrare stufo,
non deludere
le stelle che ci guardano
come l’ultima delle novità.
L’universo, fino all’ultima forchetta,
è apparecchiato per questa cena all’aperto
e noi non sappiamo chi veramente
si nutre e pensa a questa mensa.
Così di faccia, la vita
è da mozzare il fiato.
Restringi la visuale
e ti assale la noia.
Da prendere terra

Giovanni da solo al bar

Daniele Bollea

La tua figura nobile e minuta
la tua vocina in chiave di formica
ha attraversato le voci del bar
come una strada al momento giusto:
Per me un Calippo alla coca cola,
e se non c’è, al limone “.
D’incanto il traffico si e fermato,
come il Mar Rosso per lasciarti un varco:
la gente riconosce un vero capo:
uno che sa sempre quel che vuole
che prevede le varie eventuali
che traccia linee rette tra le cose
e, senza compiti in sospeso, scorre
libero ruscello nel letto del suo cuore.
Alla fine è stato trovato
l’ultimo Calippo dell’estate.
Da l’anima ricorda

Il gioco infinito

Daniele Bollea

Non so se è o sarà
se esiste un aldilà,
o solo il vuoto in cui,
come noccioli spersi,
ci si diradi spenti
in oscuri universi.
Ma vivere è un gioco
senza fine,
un solitario che si
svolge in compagnia,
ogni arresto è mortale
e vince chi continua.
Possibile che messi fuori
prima del limite
non possiamo neanche
seguire il seguito in panchina.
Ma togli dalle regole la morte
e addio partita.
Lasciamo il campo
come ultima chance,
perché continui il gioco
noi moriamo, ma è lui che vive
e ci somiglia e muore.
Il giocatore è il gioco
e insieme ce ne andiamo
Da fammi veder le stelle