Lo specchio

Barbara Korun

 

Barbara Korun

 

Un uomo si china su di me
come sopra l’acqua.
Nello specchio della mia acqua
desidera vedere il suo volto.
Ma la mia acqua è scura,
scura e profonda e
non gli rinvia il riflesso.
L’uomo cerca, sorpreso,
stupefatto, e temo
che salterà dentro, in me,
per frugare nel mio profondo
il suo viso morto,
morto.

Voglio parlare di te, notte

Barbara Korun

 

Barbara Korun

 

Voglio parlare di te notte
voglio parlare dell’alba
voglio parlare del bosco che sorge da te
(tu sei l’utero dell’universo
tu concepisci ciò che esiste) come si delineano dapprima i contorni
come in seguito aggiungi
premeditatamente le foglie
e prepari i tronchi
affinché risplendano
nella luce solare e questo è l’attimo che io fermo
per sentirlo profondamente
quando il buio s’intreccia con gli atomi della luce
quando il crepuscolo è palpitante
e promette
la nascita
quando quatto quatto
si trattiene fino a soffrirne
e lo stridore dell’attesa trascende
in giubilo del giorno
quando è pieno zeppo
saturo e colmo di silenzio
quando è sul punto di proprio sul punto

Due si spogliano

Barbara Korun

 

Barbara Korun

 

due si spogliano
si tolgono le vesti
si sfilano le scarpe
si levano i gioielli e l’orologio
si denudano completamente
continuano a spogliarsi
con mani carezzevoli
si tolgono la professione il nome
le abitudini quotidiane
con baci pazienti
si liberano dei loro amori
trascorsi delle loro attese
con morsi profondi si disfano
degli anni della loro passione
con la bocca a vicenda
si sbarazzano del sesso
si svestono dell’infanzia
(operazione lunghissima)
si tolgono di dosso la mamma
e il padre con energici lavacri
forti abbracci e strusciate
di corpo a corpo
ed effusione di linfa
raggiungono le tenebre
mai nominate alle quali
danno a ritroso dei nomi
che man mano dimenticano
quando s’infiammano
continuano a spogliarsi
attraverso il riso il pianto
i gemiti e le grida
fino all’innominabile
carnalità
di là della nascita
sono nudi

Il cervo

Barbara Korun

 

Barbara Korun

 

Mi sveglio con la calda lingua di un cervo tra le gambe.
attraverso la porta aperta penetra la piana luce della sera.
il cervo mi punzecchia lievemente i seni leccandoli. lascio
che con la ruvida lingua mi lambisca il sesso,
il petto e il viso, m’inebria il suo profumo,
profumo di terra, di muschio, di fradicio e di paura.
odore d’istinto.
poi mi si sdraia accanto, accanto al mio ventre, da poter
accarezzare i suoi peli setolosi, ha la testa vigile sollevata
e lo sguardo fisso lateralmente, nel bosco.

nell’oscurità risalta il suo nudo pene rosso.
quando il tempo si addensa e tendo il braccio nel buio, sfioro
un corpo maschile. la mia smania d’amore è cocente.
mi ama con naturalezza e da vicino.
nelle mani ha i venti del nord e del sud.
attraverso il suo corpo scorrono i fiumi e si muovono gli oceani.
la bocca è calda e piena come la pioggia estiva,
la stanza è colma di voci terrestri ed extraterrestri.
a volte qualche raggio smarrito della luna gli scopre il volto.
non mi guarda negli occhi come se volesse difendermi da se stesso.

talvolta mi ama con trasporto da non farmi sentire più la gravità.
talvolta la voluttà sgorga dal suo ombelico come una piccola
sorgente limpida, talvolta dal suo interno vomita la lava,
ma non mi ferisce mai.
sempre con immensa attenzione mi posa con il ventre sulla terra,
e quando mi morde il collo e fiuto il suo caldo alito, lo so
che verrò inevitabilmente risparmiata.

ai primi albori nei suoi capelli tasto due cornetti
le setole dalla testa si allargano sulla schiena, fino al coccige.
sul ventre gli spunta la soffice erba animale.
all’alba mi scruta una testa di cervo con occhi ormai appena umani,
con occhi di là del confine.
le sempre più coriacee mani mi accarezzano assenti.
gli cresce una corona.

nel capanno si fa strada la fragranza del mattino e il cervo si alza.
quando esco davanti alla porta, mi guarda in maniera
da spaccarmi in due pezzi sull’istante e bruciarmi.
e mentre ascolto frusciare l’eco dei suoi veloci passi animaleschi,
sento che dalle mie due riarse metà crescono fiori
selvatici.

Euridice

Barbara Korun

 

Barbara Korun

 

Quando arriverò
canterò.
La mia poesia
sarà luce
che induce i fiori a crescere
e la gente ad amare.
Tutto è possibile, tutto.
Dal ventre
si espande la luce.
Tutto è perdonato,
tutto appianato.
Ogni foglia
si muove
nell’amore.

Ho due animali

Barbara Korun

 

Barbara Korun

 

Ho due animali.
Uno rosso e l’altro azzurro.
Quando l’azzurro beve, il rosso
scorrazza.
E viceversa.
Non riesco mai a catturarli,
tesa tra quello che riposa e quello che corre. Lascerò andare un pensiero
come richiamo
lontano lontano nella pianura.
Non se ne accorgeranno
fiutando l’immenso coi musi.
Mi sdraierò sull’erba
vicino a una sorgente
e mi addormenterò.
La luna mi coprirà. All’alba
coi primi raggi verticali
verranno da me.
Stanchi, sudati, con i musi schiumosi.
Dopo
berremo insieme
l’acqua.
nell’amore.

E’ bello nascere

Barbara Korun

 

Barbara Korun

 

è bello nascere in una giovane giornata di primavera, non è vero?
anche se questo mistero,
del resto mai spiegato,
è stato vissuto già innumerevoli volte.
anche se la gioia già innumerevoli volte
è stata assaporata,
ma mai bevuta fino in fondo.
e, luce, innumerevoli volte
mi cerco nelle trasparenti foglie dei germogli
e accarezzo il seme
che porta in sé un dolce segreto –
la morte.
ho tanta, tanta smania
di questa oscura felicità
nel cui spazio germino la vita,
la cresco e la moltiplico
e maturo nel morbido nulla –
culla di Dio.

Non danneggiarmi

Barbara Korun

 

Barbara Korun

 

Non danneggiarmi quando mi penetri.
Ferita dalla tua morbidezza e dalla
tenerezza. Le forze a stento
mantengono ancora l’equilibrio.
Conosco il tuo acume,
la tua sottigliezza.
Con gesto lento, preciso
abbatterai gli argini.
Nel cielo comincerà
a risplendere l’aurora polare.