Canto di guerra parigino

Arthur Rimbaud

Arthur Rimbaud

La primavera è evidente, poiché
Dal cuore delle verdi Proprietà
Il volo di Thiers e di Picard
Spalanca ampiamente i suoi splendori!
Oh Maggio! farnetici pezzenti!
Asnières, Meudon, Sèvres, Bagneux,
Udite dunque i benvenuti
Cospargervi di primaverile!
Hanno sciaccò, sciabolane, tam-tam,
Non la scatola vecchia di candele,
E le iole che non han mai, mai…
Fendono il lago dall’acqua arrossata!
Noi più che mai bisbocciamo
Quando sulle nostre tane
S’abbattono gialle cocuzze
In albe particolari!
Thiers e Picard sono “Zeroi”,
Rapitori d’eliotropi;
Col petrolio fanno i Corot; e poi,
Esercito di maggiolini, i tropi…
Sono intimi amici del Gran Truco!.
E stravacato sui gladioli, Favre
Fa un battito di ciglia acqua-condotto
E tira su col naso, ma da pepe!
La grande città ha il selciato che scotta,
Nonostante le vostre docce di petrolio,
E non c’è dubbio, dovremo dare
Una scrollata alle vostre funzioni..
E i Rurali che si rilassano
In lunghi accovacciamenti,
Udranno le frasche spezzarsi
Fra i rossi sfrigolamenti!

Credo in unam

Arthur Rimbaud

Arthur Rimbaud

I
Il Sole, focolare di tenerezza e vita,
Versa amore bruciante alla terra estatica,
E stesi nella valle noi sentiamo
Che la terra è nubile e trabocca di sangue;
Che il seno suo immenso, gonfiato da un’anima,
E’ amore come dio, è carne come donna,
E in sé racchiude, pregno di raggi e linfa,
Il vasto brulicare di tutti gli embrioni!
E tutto cresce, e tutto sorge!
-Venere, oh Dea!
Rimpiango i tempi della giovinezza antica,
Dei satiri lascivi, dei fauni animaleschi,
Dèi che d’amore addentavano la scorza dei rami
E baciavano tra i nenufàr la Ninfa bionda!
Il tempo in cui la linfa del mondo, l’acqua
Del fiume, il sangue roseo degli alberi verdi,
Davano un universo alle vene di Pan! Il suolo
Fremeva, verde, sotto i suoi piedi caprini;
E baciando la chiara siringa, mollemente
Modulava il suo labbro un grande inno d’amore;
Quando, ritto sulla pianura, egli udiva intorno
Rispondere al suo richiamo la Natura vivente;
Quando gli alberi muti, cullando uccelli e canti,
La terra cullando l’uomo, e tutto l’Oceano azzurro,
E gli animali amavano, tutti, amavano in Dio!
Rimpiango i tempi della gran Cibele
Che percorreva, dicono, gigantescamente bella,
Sul gran carro di bronzo le splendide città;
Il duplice seno versava nell’immenso
Uno sgorgare puro di vita senza fine.
L’uomo suggeva la sua mammella benedetta,
Felice, come un bimbo, e le giocava in grembo.
– Poi che era forte, l’Uomo era casto e dolce.
Squallore! Ed ora dice: io so le cose,
E avanza, occhi e orecchie sigillati.
– Eppure, non più dèi, non più! L’Uomo è Re,
L’Uomo è Dio! L’Amore, ecco la gran Fede!
Oh, se l’uomo attingesse ancora alla tua mammella,
Gran madre degli uomini e degli dèi, Cibele;
Se non avesse abbandonato Astarte, l’immortale
Che emersa un tempo dall’immenso chiarore dei flutti
Azzurri, fiore di carne profumato dall’onda,
Scoprì il roseo ombelico innevato di spuma
E, Dea dai neri occhi vincitori, diede canto
All’usignuolo nei boschi, e all’amore nei cuori!
II
Credo in te! credo in te! Madre divina,
Afrodite marina! – Oh, la strada è amara
Da quando l’altro iddio ci avvinse alla sua croce;
Carne, Marmo, Venere, Fiore, in te io credo!
– Si, l’Uomo è laido e triste sotto l’ampio cielo,
Indossa panni perché non è più casto,
Perché ha lordato il fiero suo torso divino
E rattrappito, come idolo al fuoco,
Il corpo Olimpio nelle fatiche ingrate!
Si, anche dopo la morte, vuol vivere nei pallidi
Scheletri, insultando la bellezza prima!
– E l’Idolo in cui tanta verginità ponesti,
In cui rendesti l’argilla divina, la Donna,
Perché l’Uomo potesse illuminarsi l’anima
E sorgere lentamente, in un immenso amore,
Dal carcere terrestre alla grazia del giorno,
Ormai la Donna non sa più essere Cortigiana!
– E’ una pur triste beffa! e il mondo sogghigna
Al nome sacro e dolce della grande Venere!
III
Se i tempi tornassero, i tempi che furono!
– Poi che l’Uomo ha finito! ha recitato ogni parte!
Stanco d’infrangere idoli, al gran giorno
Risusciterà, sgombro da tutti gli Dèi,
Ed essendo cielo, scruterà i cieli!
L’Ideale, l’eterno pensiero invincibile,
Tutto il dio vivo sotto l’argilla carnale
Salirà, salirà, gli arderà sotto la fronte!
E quando lo vedrai indagare l’orizzonte,
Sprezzando i vecchi gioghi, libero da timori,
Giungerai tu, a dargli la santa Redenzione!
– Splendida, radiosa, in seno ai grandi mari
Tu sorgerai, spandendo sull’Universo vasto
In sorriso infinito l’infinito Amore!
Il Mondo vibrerà come una lira immensa
Nel fremito d’un bacio sconfinato!
– Il mondo è assetato d’amore: tu lo placherai.
Oh! L’Uomo ha rialzato il libero capo superbo!
E il raggio subitaneo della bellezza prima
Fa palpitare il dio nell’altare di carne!
Felice del bene presente, pallido del male sofferto,
Intende scandagliare, – e sapere! Il Pensiero,
Giumenta a lungo, troppo a lungo oppressa,
Balza dalla sua fronte! Ella saprà il Perché!…
Possa impennarsi libera, e l’Uomo avrà la Fede!
– Perché azzurro muto e spazio impenetrabile?
Perché infiniti astri d’oro, come sabbia?
A salire e salire, che vedremmo là in alto?
Forse un Pastore guida lo sterminato gregge
Dei mondi in cammino nell’orrido spazio?
E tutti quei mondi, che l’etere vasto avvolge,
Vibrano agli accenti di una voce eterna?
– E l’Uomo, può vedere? può forse dire: Io credo?
La voce del pensiero è forse più d’un sogno?
Se l’uomo nasce presto, se la sua vita è breve,
Donde viene? Naufraga forse nell’Oceano profondo
Dei Germi, dei Feti, degli Embrioni, al fondo
Dell’immenso Crogiuolo da cui Madre Natura
Lo risusciterà, viva creatura, per amare
Nella rosa, e ingrandire nelle messi?…
Non possiamo sapere! – Siamo oppressi
Da pesante ignoranza e meschine chimere!
Scimmie d’uomini, cadute dalla vulva materna,
La pallida ragione ci sottrae l’infinito!
Noi vogliamo guardare: – Il Dubbio ci punisce!
Il dubbio, smorto uccello, ci colpisce con l’ala…
– E l’orizzonte fugge in una fuga eterna!…
Il grande cielo è aperto! i misteri sono morti
Di fronte all’Uomo, che incrocia le braccia forti,
Ritto nella splendida immensità della natura!
Canta… e canta anche il bosco, e mormora il fiume
Un canto di gioia che sale alla luce!…
– Questa è la Redenzione! è l’amore! l’amore!
IV
Splendore della carne! oh ideale splendore!
Oh rinnovo d’amore, aurora trionfale
In cui, piegando Eroi e Dèi, la bianca
Callìpigia e il piccolo Eros sfioreranno,
Ricoperti da una neve di rose, i fiori
E le donne sbocciate sotto i piedi leggiadri!
Oh grande Arianna, che spandi i tuoi singhiozzi
Dal lido, vedendo fuggire là sui flutti,
Bianca nel sole, la vela di Teseo, bambina
Vergine dolce che una notte infranse,
Taci! Sul carro d’oro ornato d’uve nere,
Lisio, trainato per i campi Frigi
Da tigri lascive e da pantere fulve,
Lungo i fiumi turchini arrossa oscuri muschi.
– Zeus, il Toro, culla come una bimba il corpo
Nudo d’Europa, il cui braccio niveo circonda
Il collo nervoso del Dio, fremente nell’onda.
Lentamente le volge l’occhio inerte;
Ella, posa la guancia eburnea in fiore
Sulla fronte di Zeus; chiusi gli occhi; muore
In un bacio divino, e il flutto che mormora
Le infiora di spuma dorata la chioma.
– Fra il rosato oleandro e il loto ciarliero
Scivola amoroso il gran Cigno sognante
Che avvolge Leda nel biancore dell’ala;
– Passa Ciprigna stranamente bella, e arcuando
La splendida pienezza delle reni,
Palesa, superba, l’oro vasto del seno
E il ventre di neve adorno d’un muschio profondo.
– Eracle, il Domatore, come d’una gloria
Forte, cinto ha il corpo d’una leonina pelle,
E avanza, orrenda fronte e dolce, all’orizzonte!
Vaga schiarata dalla luna d’estate, eretta
E nuda, sognante nel suo aureo pallore
Dall’onda greve ombrato della chioma azzurra,
Nella radura cupa in cui s’instella il muschio,
La Driade contempla il cielo silenzioso…
– Bianca, Selene fa ondeggiare il velo,
Trepida, ai piedi del bell’Endimione,
E in un pallido raggio gli manda il suo bacio…
– Lontano, la Fonte piange in un’estasi lenta…
La Ninfa, reclinata sull’anfora, sogna
Il bel giovane bianco stretto nella sua onda.
– E’ passata una brezza d’amore nella notte,
E nel bosco sacro, nell’orrido degli alberi,
Maestosamente eretti, i Marmi oscuri, Dèi,
Sulla cui fronte l’Uccello Silvestre ha il suo nido,
– Gli Dèi ascoltano l’Uomo, e il Mondo infinito!

Gli accovacciati

Arthur Rimbaud

Arthur Rimbaud

Molto tardi, quando sente lo stomaco nauseato,
Frate Milotus, un occhio all’abbaino
Da cui il sole, chiaro come un paiolo lustro
Gli scocca un’emicrania e gli scombussola lo sguardo
Sposta fra le lenzuola la sua pancia da curato.
Si dimena sotto la coperta grigia,
E scende, le ginocchia sul ventre tremolante,
Stravolto come un vecchio che inghiotte la presa,
Poiché deve, impugnando il manico d’un pitale bianco,
Rimboccarsi ampiamente la camicia sui fianchi!
Ora s’è accovacciato, freddoloso, le dita dei piedi
Contratte, tremando al sole chiaro che incolla
Un giallo frittata sui vetri di carta;
E il naso del bravuomo dove brilla la lacca
Tira su fra quei raggi come un polipo carnoso.
Il bravuomo rosola nel fuoco, le braccia storte, le labbra
Sulla pancia: sente le cosce slittare nel fuoco,
E le brache si bruciacchiano, la pipa si spegne;
Qualcosa come un uccello si agita un po’
Sul suo ventre sereno come un mucchio di trippa!
Attorno, dorme un caos di mobili abbrutiti
Fra cenci di sudiciume e luridi ventri;
Sgabelli, come strani rospi, stanno rannicchiati
In neri anfratti; le credenze hanno fauci da cantore
Schiuse da un sonno pieno di orribili appetiti.
Un calore nauseabondo impregna lo stanzino;
Il cervello del bravuomo è pieno di stracci.
Sente i peli spuntargli nella madida pelle,
E ogni tanto in singhiozzi gravemente buffi
Se ne esce, scuotendo lo sgabello claudicante…
E la sera, ai raggi della luna che gli fanno
Sbavature di luce sul contorno del culo,
Un’ombra ben delineata si accovaccia, su uno sfondo
Di neve rosea come una malvarosa…
Irreale, un naso insegue Venere nel cielo profondo.

I doganieri

Arthur Rimbaud

Arthur Rimbaud

Quelli che sacramentano, quelli che tirano moccoli,
Soldati, marinai, cocci dell’Impero, pensionati,
Son niente, nientissimo, a petto dei Soldati
Dei Trattati, che a colpi d’ascia tagliano il blu – frontiera.
Pipa ai denti, spada in mano, austeri e non scontenti,
Quando nel bosco l’ombra sbava come un muso di vacca,
Se ne vanno, coi loro mastini al guinzaglio,
A esercitare di notte qualche allegria terribile!
Segnalano le satiresse alle leggi odierne.
Ti agguantano tutti i Faust con i Fra Diavolo.
“No, bello mio, così non va! Giù quel fagotto!”
E quando sua serenità s’accosta ai giovani,
Si attiene il Doganiere ai vezzi riscontrati!
Inferno ai Delinquenti che la sua palma struscia!

I poeti di sette anni

Arthur Rimbaud

Arthur Rimbaud

E la Madre, chiudendo il libro del dovere,
Se ne andava soddisfatta e fiera, senza vedere,
Negli occhi azzurri e sotto la fronte piena di protuberanze,
L’anima del suo bambino in preda alle ripugnanze.
Tutto il giorno sudava obbedienza; molto
Intelligente; tuttavia neri tic, e alcuni tratti
Rivelavano in lui un’aspra ipocrisia.
Nell’ombra di corridoi dai parati ammuffiti,
Tirava fuori la lingua, coi pugni all’inguine,
e negli occhi chiusi vedeva punti.
Una porta si apriva nella sera: alla lampada
Lo si vedeva, lassù, rantolare sulle scale
Sotto un golfo di luce che pendeva dal tetto.
Soprattutto d’estate, vinto, sciocco,
Si rinchiudeva nella frescura delle latrine:
Lì pensava, tranquillo, dilatando le narici.
Quando, ripulito dagli odori del giorno, il giardinetto
Dietro la casa, d’inverno, s’illunava,
Sistemandosi ai piedi di un muro, sepolto nella marna,
E schiacciandosi l’occhio per avere visioni,
Ascoltava brulicare le spalliere scabbiose.
Pietà! Suoi compagni erano solo quei bambini
Che, gracili, la fronte nuda, l’occhio spento sulla guance,
Nascondendo le magre dita gialle e nere di fango,
Sotto abiti vecchi e puzzolenti di diarrea,
Conversavano con la dolcezza degli idioti!
E se, avendolo sorpreso in immonde compassioni,
Sua madre si spaventava, le tenerezze profonde
Del bambino si gettavano su questo stupore.
Era bello. Lei aveva lo sguardo blu, – che mente!
A sette anni componeva romanzi sulla vita
Del grande deserto, dove brilla l’estatica Libertà,
Foreste, soli, rive, savane! – Si aiutava
Con i giornali illustrati dove, rosso, guardava
Ridere Spagnole e Italiane.
Quando veniva, l’occhio bruno, folle, vestita all’indiana,
– Otto anni – La figlia degli operai vicini,
Piccola brutale, e in un angolo
Gli saltava sulla schiena, scuotendo le trecce,
Lui, da sotto, le mordeva le natiche,
Perché non portava mai le mutandine;
E, malconcio per i pugni e i calci,
Si portava i sapori della sua pelle in camera.
Temeva le squallide domeniche di dicembre
In cui, impomatato, su un tavolino di mogano,
Leggeva una Bibbia dal taglio verde-cavolo;
Ogni notte nell’alcova i sogni lo opprimevano.
Non amava Dio; ma gli uomini che, la sera fulva,
Neri, in blusa, vedeva rientrare nei sobborghi,
Dove i banditori, con tre rulli di tamburo,
Fanno ridere e rumoreggiare le folle attorno agli editti.
– Sognava praterie amorose, dove onde
Luminose, sani profumi, pubescenze d’oro,
Fanno una calma movenza e spiccano il volo!
E come gustava soprattutto le cose oscure,
Quando, nella stanza nuda con le persiane chiuse,
Alta e azzurra, acremente intrisa di umidità,
Leggeva il suo romanzo sempre rimeditato,
Pieno di grevi cieli d’ocra e foreste sommerse,
Fiori di carne dispiegati nei boschi siderali,
Vertigine, crolli, disfatte e pietà!
– Mentre il rumore del quartiere cresceva,
Là in fondo, – e lui, solo, steso su pezzi di tela grezza,
Percepiva violentemente le vele!

I poveri in chiesa

Arthur Rimbaud

Arthur Rimbaud

Relegati fra banchi di quercia, agli angoli della chiesa
Che il loro fiato puzzolente intiepidisce, gli occhi
Rivolti al coro sfavillante e alla cantoria
Di venti gole sgolanti inni sacri;
Fiutando l’odore della cera come profumo di pane,
Felici, umiliati come cani bastonati,
I Poveri al buon Dio, padrone e sire,
Offrono i loro oremus ridicoli e testardi.
Per le donne è proprio bello lucidare i banchi
Dopo i sei giorni neri in cui Dio le fa soffrire!
E cullano, avvolti in strane pellicce,
Delle specie di bambini che piangono da morire.
Coi seni sporchi di fuori, queste mangiaminestre,
Una preghiera negli occhi senza pregare mai,
Guardano malignamente sfilare un gruppo
Di ragazzine coi loro cappelli deformi.
Fuori, il freddo, la fame, l’uomo in baldoria:
È bello. Ancora un’ora; e poi, mali senza nome!
– Intanto, tutt’attorno, geme, grugnisce, bisbiglia
Una collezione di vecchie coi bargigli:
Ecco qui gli stralunati e gli epilettici
Che ieri scansavamo agli incroci;
E col naso affamato negli antichi messali,
Ecco i ciechi, che un cane guida nei cortili.
E tutti, sbavando una fede mendicante e stupida,
Recitano un lamento infinito a Gesù
Che sogna in alto, ingiallito dalla livida vetrata,
Lontano dai magri malvagi e dai cattivi panciuti,
Lontano dagli odori di carne e di stoffe ammuffite,
Farsa prostrata e oscura dai gesti ripugnanti;
– E l’orazione fiorisce in espressioni scelte
E le misticità assumono toni incalzanti
Quando, da navate dove perisce il sole, banali
Pieghe di seta, e verdi sorrisi, le Dame dei quartieri
Distinti, – o Gesù! – le malate di fegato
Fan baciare le lunghe dita gialle alle acquasantiere.

I seduti

Arthur Rimbaud

Arthur Rimbaud

Neri di cisti, butterati, gli occhi cerchiati di verde,
le dita gnoccolute rattrappite sul femore,
il sincipite cosparso di repellenti bozzi;
come le infiorescenze lebbrose dei muri vecchi,
hanno innestato in amori epilettici
la bizzarra ossatura agli scheletri neri
delle sedie; i loro piedi s’allacciano
a quei pioli rachitici, mattina e sera!
Questi vecchi si son sempre intrecciati alle lor sedie
sentendo i soli ardenti lucidargli la cute,
o, con l’occhio fisso al vetro dove fondono le nevi,
tremando col doloroso tremito del rospo.
E le Sedie usano loro dei favori: patinata
di bruno, la paglia cede ai lati delle reni;
l’anima dei vecchi soli si riaccende, racchiusa
in quelle trecce di spighe dove fermentava il grano.
Ed i Seduti, coi denti alle ginocchia, verdi pianisti,
tambulerrando colle dita sotto la sedia,
si ascoltano sciabordare tristi barcarole
e i loro testoni dondolano in un sentimentale abbandono.
– Non li fate alzare, per carità! È una tragedia…
Sorgono brontolando come gatti puniti,
aprendo le scapole lentamente e con rabbia;
i pantaloni sbuffano sui sederi rigonfi.
E poi li sentite picchiare le teste calve
sui muri scuri e strascicare i piedi,
i loro bottoni sono delle pupille selvatiche
che vi arpionano lo sguardo dal fondo dei corridoi!
Inoltre hanno una mano invisibile che uccide:
al ritorno il loro sguardo filtra il nero veleno
che offusca l’occhio mesto della cagna bastonata,
e voi sudate, stretti in un atroce imbuto.
Si risiedono, con i polsi che navigano negli sporchi polsini,
e pensano a chi li ha fatti alzare,
e, da mattina a sera, grappoli di bargigli
s’agitano da morire sotto i menti sparuti.
Quando l’austero sonno abbassa le loro visiere,
sognano, con la testa sul braccio, di fecondare sedie,
veri amorini di seggiole neonate
che circondino altere scrivanie.
Fiori d’inchiostro, sputando pollini a virgola,
li cullano, accoccolati sopra i calici
come un volo di libellule sull’orlo dei giaggioli.
– E il loro membro s’irrita con le spighe barbute

Il ballo degli impiccati

Arthur Rimbaud

Arthur Rimbaud

Forca nera, moncone amabile,
Là i paladini ballano, ballano,
I paladini scarni del diavolo,
Scheletrici Saladini.
Belzebù tira per la cravatta i neri
Fantocci beffardi e li fa ballare,
Ballare a colpi in fronte di ciabatta,
Al suono d’un canto antico di Natale!
All’urto s’intrecciano le braccia ossute:
Canne d’organo nere, i petti forati
Che un tempo strinsero oneste damigelle,
A lungo si scontrano in immondi amori.
Urrà! allegri ballerini, senza pancia!
Saltate pure, la ribalta è lunga!
Hop! non si sappia se è battaglia o danza!
Belzebù fuor di sé raschia i violini!
Calcagni duri, e mai sciupati i sandali!
Quasi tutti han deposto la camicia di pelle:
Il resto non dà noia, si vede senza scandalo.
Sui crani la neve posa un cappello bianco:
Il corvo è pennacchio a quei teschi incrinati,
Spenzola un po’ di carne sul mento magro:
Sembrano, in oscure mischie volteggianti,
Eroi stecchiti, contro usberghi di cartone.
Urrà! il vento sibila al ballo degli scheletri!
La nera forca mugghia, come organo di ferro!
I lupi rispondono da foreste violette:
All’orizzonte il cielo è color rosso inferno…
Orsù, scrollatemi quei fanfaroni funebri
Che sgranano sornioni con le dita scrocchiate
Un rosario d’amore sulle vertebre pallide:
Non è un eremo questo, oh trapassati!
Ed ecco, nel mezzo della danza macabra
Uno scheletro folle balzare nel cielo,
Cavallo focoso che ratto s’impenna:
Sente ancora la corda tesa al collo,
E arriccia i ditini sul femore che scricchiola,
Mandando strida come se ghignasse,
Poi, saltimbanco che torna alla baracca,
Al canto dell’ossa rimbalza nel ballo.
Forca nera, moncone amabile,
Là i paladini ballano, ballano,
I paladini scarni del diavolo,
Scheletrici Saladini.