Ballatella

Arrigo Boito

Arrigo Boito

Luna fedel tu chiama
Col raggio ed io col suon
La fulgida mia dama
Sul gotico veron.
E se potrò vederla,
O luna astro fatal,
Ti chiamerò la perla
Dell’etra sideral.
Dirò che sei d’argento.
D’opale, d’ambra e d’or.
Dirò che incanti il vento
E che innamori il fior.
Dirò che abbelli il verso
Del biondo menestrel,
Che sei lo specchio terso
Degli angeli nel ciel.
Luna fedel tu chiama
Col raggio ed io col suon
La fulgida mia dama
Sul gotico veron.
Ma se vedermi niega,
O luna astro fatal,
Dirò che sei la strega
Dell’ombra funeral,
Piomba, dirò, nell’alveo
Frenetico del mar,
Teschio beffardo e calvo,
Maschera da giullar!
Scudo tarlato e lercio,
Fantasima del sol,
Spettro paffuto e guercio
Dal faticoso vol!
Luna fedel tu chiama
Col raggio ed il col suon
La fulgida mia dama
Sul gotico veron.

Case nuove

Arrigo Boito

Arrigo Boito

Zappe, scuri, scarpelli.
Arïeti, mattelli,
Istrumenti di strage e di ruina,
L’impero è vostro! O tempi irrequïeti!
L’umanità cammina
Ratta così che par sovra una china.
Sorge ogni giorno qualche casa bianca
Grave di fregi vieti.
Scuri, zappe, arïeti.
Smantellate, abbattete e gaia e franca
Suoni l’ode alla calce e al rettifilo!
Piangan pure i poeti.
La progenie dei lupi e delle scrofe
Oggi è sovrana e intanto le pareti
Della vecchia cittade hanno un profilo
Scomposto e tetro, — simigliante al metro
Di questa strofe.
Già gli augelletti fidi
Più non trovano i nidi
Consueti fra il tetto e la grondaia
E sul sacro mister de’ focolari
Viene a urtar la mannaia.
Le muraglie diroccano, a migliaia
Fuggon l’ombre de’ cari
Defunti, e in lagni amari
Volan gridando
All’onta e al duol dell’esecrato bando!
E la casa s’è fatta invereconda.
Gli strazïati lari
Mostrano al sole l’alcova e la fogna
Senza pietà di vel che li ripari.
E il cieco brancolante in sulla sponda
Della contrada — smarrirà la strada
Com’uom che sogna.

Castello antico

Arrigo Boito

Arrigo Boito

Là col crin di quercia e cerro,
Tenebroso nel sembiante,
Di tre secoli di ferro
Sta lo scheletro gigante;
Ritto e bruno, sulla fronte
Del profilo erto d’un monte.
O fastigi! o torri! o mura!
Irti merli e snelli ogivi!
Fu già un dì che in quell’altura
Eravate eburnei, vivi,
Come un sogno eccelso e bello
Di fantastico castello.
V’eran prodi cavalieri,
V’eran dame innamorate,
V’eran baldi falconieri,
V’eran paggi e v’eran fate,
V’eran lagni di romanze,
Giuochi e caccie e giostre e danze.
Tutto sparve. Fra le archiere
Tesse il ragno le sue maglie,
Le falene a schiere a schiere
Sfioran l’orride muraglie
E sul fosso asciutto e croio
Dorme il ponte levatoio.
Pur nei vesperi quïeti
Dell’autunno erboso e molle
Vengon giovani poeti
A sognar su quelle zolle,
Vengon vispe giovinette
A danzar su quelle vette.
Ed allor gli antichi spenti,
Quasi surti a novo bando,
Dietro i rotti monumenti
Stanno attoniti spiando,
Vedon già tornei, gualdane,
Menestrelli e castellane;
Sol che ai drappi ed ai giubbetti
Manca il vaio e la lamiera,
Sol che al manto ed ai farsetti
Manca il paggio e la gorgiera.
Sol che al petto del giullare
Manca l’arpa ed il collare.

Dualismo

Arrigo Boito

Arrigo Boito

Son luce ed ombra; angelica
Farfalla o verme immondo,
Sono un caduto chèrubo
Dannato a errar sul mondo,
O un demone che sale,
Affaticando l’ale,
Verso un lontano ciel.
Ecco perchè nell’intime
Cogitazioni io sento
La bestemmia dell’angelo
Che irride al suo tormento,
O l’umile orazione
Dell’esule dimone
Che riede a Dio, fedel.
Ecco perchè m’affascina
L’ebbrezza di due canti,
Ecco perchè mi lacera
L’angoscia di due pianti,
Ecco perchè il sorriso
Che mi contorce il viso
O che m’allarga il cuor.
Ecco perchè la torbida
Ridda de’ miei pensieri,
Or mansüeti e rosei.
Or violenti e neri;
Ecco perchè, con tetro
Tedio, avvicendo il metro
De’ carmi animator.
O creature fragili
Dal genio onnipossente!
Forse noi siam l’homunculus
D’un chimico demente,
Forse di fango e foco
Per ozïoso gioco
Un buio Iddio ci fé
E ci scagliò sull’umida
Gleba che c’incatena,
Poi dal suo ciel guatandoci
Rise alla pazza scena,
E un dì a distrar la noia
Della sua lunga gioia
Ci schiaccerà col piè.
E noi viviam, famelici
Di fede o d’altri inganni,
Rigirando il rosario
Monotono degli anni,
Dove ogni gemma brilla
Di pianto, acerba stilla
Fatta d’acerbo duol.
Talor, se sono il dèmone
Redento che s’indìa,
Sento dall’alma effondersi
Una speranza pia
E sul mio buio viso
Del gaio paradiso
Mi fulgureggia il sol.
L’illusïon — libellula
Che bacia i fiorellini
— L’illusïon — scoiattolo
Che danza in cima i pini
— L’illusïon — fanciulla
Che trama e si trastulla
Colle fibre del cor,
Viene ancora a sorridermi
Nei dì più mesti e soli
E mi sospinge l’anima
Ai canti, ai carmi, ai voli;
E a turbinar m’attira
Nella profonda spira
Dell’estro idëator.
E sogno un’Arte eterea
Che forse in cielo ha norma,
Franca dai rudi vincoli
Del metro e della forma,
Piena dell’Ideale
Che mi fa batter l’ale
E che seguir non so.
Ma poi, se avvien che l’angelo
Fiaccato si ridesti,
I santi sogni fuggono
Impäuriti e mesti;
Allor, davanti al raggio
Del mutato miraggio,
Quasi rapito, sto.
E sogno allor la magica
Circe col suo corteo
D’alci e di pardi, attoniti
Nel loro incanto reo.
E il cielo, altezza impervia.
Derido e di protervia
Mi pasco e di velen.
E sogno un’Arte reproba
Che smaga il mio pensiero
Dietro le basse imagini
D’un ver che mente al Vero
E in aspro carme immerso
Sulle mie labbra il verso
Bestemmïando vien.
Questa è la vita! l’ebete
Vita che c’innamora.
Lenta che pare un secolo,
Breve che pare un’ora;
Un agitarsi alterno
Fra paradiso e inferno
Che non s’accheta più!
Come istrïon, su cupida
Plebe di rischio ingorda,
Fa pompa d’equilibrio
Sovra una tesa corda,
Tale è l’uman, librato
Fra un sogno di peccato
E un sogno di virtù.

Georg Pfecher

Arrigo Boito

Arrigo Boito

Chi fu? sotto la mensola
D’un’arca antica e tetra
Di monaster, sul margine
Corroso d’una pietra,
Lungo il grommoso muro,
Lessi quel nome oscuro
Scritto nell’ore prime
D’un secolo sublime.
Chi fu? perchè nell’anima
L’arido enigma è sorto,
Or che sul suo cadavere
L’ultimo verme è morto,
Or che l’avel si schiude
Sulle sue tibie nude,
Or che col suo lenzuolo
Fa il nido l’usignolo!
Scruta o sartor d’imagini.
Cerca del ver la cruna,
Cuci sul vecchio scheletro
Una zimarra bruna,
E quando avrai divino
Rifatto il manichino
Coll’irto stil descrivi
Quel buio morto ai vivi.
Sorgeva un’êra turgida
Di fole e di portenti,
Piovea luce e caligine
Sulle confuse genti,
E un’avida cuccagna
Di genii e di calcagna
Avea sconvolto il fondo
Del lutulento mondo.
Fieri, ispirati, intrepidi,
Ravvolti in saio nero,
Già si vedean gli apostoli
Di Storck e di Lutero,
S’udian maledizioni,
Bestemmie ed orazioni
Di cupi anabatisti,
Di papi e d’anticristi.
Bajardo, quel fantastico
Guerrier senza paura,
Già la superba epigrafe
Scrivea sull’armadura;
Sghignazzava Aretino
Fra putte allegre e vino
E Kopernico intento
Frugava il firmamento.
E tu? povero monaco,
Di te fama non suona;
Passasti sotto i gotici
Tetti di Ratisbona
E la tua vita brulla
Nel paese del Nulla
Disparì, vago vago
Come un flutto di lago.
Pur fosti un vivo e all’anima
Chiedevi alti responsi;
Invïdiavi agli uomini
L’onda dei crini intonsi,
E il vïolento corso
T’empìa de’ sogni e il morso
Del desiderio edàce.
Martire della pace!
E allor s’udiva a vespero,
Nel tempio ov’arde l’ara,
Un pio bisbiglio, un querulo
Mormorio di zanzàra;
Poi si scerneva un viso
Macro e col crin riciso,
quasi un morto in sudario,
Che diceva il rosario.
Talora intorno all’abside
Dalle dorate pale,
Le madonne di Mèckenen
Ti tentavano al male
E allor la prece pia
Sul labbro tuo languìa,
Smagata dagl’incanti
Rei di quei volti santi.
Ma l’uom nol sa. Le Vergini
Non tradir quel mistero.
Il nome tuo tre secoli
Passò ignorato e mero,
Solo il trovar le biche
Dell’umili formiche
E la pupilla inqueta
D’un giovane poeta.
Ed eri forse un genio
A cui fallìa la gloria,
Un pazïente anonimo
Smascherator di storia,
Un creator d’orrende
Romantiche leggende
O del poema nero
Di Faust o d’Assuero.
Forse una ragna pendula
Fra due cippi romani
Ti rivelò il miracolo
Dei ponti americani,
Forse per l’aura bruna
Vedendo errar la luna
Divinasti l’incauta
Magìa dell’areonauta.
Certo ti colse il torbido
Problema del futuro
Scavando i bei caratteri
Sovra l’antico muro;
Eri certo un poeta!
Eri certo un profeta!!
(O idea volgare e trista)
Eri forse un copista.

Le foglie

Arrigo Boito

Arrigo Boito

Nascean le stelle; la lontana chiesa
Emanava armonie. Reprobamente
Vagolando pe’ campi io le sentivo;
E una voce, repente,
Surta dall’ombra e che parea d’un vivo
Gridommi a lato: — «Tutto ciò che pesa,
Uomo, ha peccato.»
Io tutto mi restrinsi per paura,
Nè corpo vidi che paresse accanto;
La notte s’avanzava e in bel celeste
Cangiava l’amaranto.
Era l’ora che fa le cose meste,
Quando negli orti — fra le vecchie mura
Errano i morti.
La sinistra parola m’avea scosse
Le radici del core e all’aura bruna
Vagavo al pari di corsier che aòmbra.
Le foglie ad una, ad una,
Cadean dai rami lor, pagine d’ombra,
E in vol scosceso — parean carche e mosse
Da un grave peso.
Se non è fatua visïon che illuda
La mente mia, pensai, qual è il peccato
Che sì vi fuga o foglie intorno, intorno?
E allor la larva a lato
«Esse tremar di voluttà quel giorno,»
— Mi rispondeva — «che covrir la nuda
Bellezza d’Eva.»

Madrigale

Arrigo Boito

Arrigo Boito

Arte nata da un raggio e da un veleno,
Su questo segno della tua potenza
Mi si rivela appieno
La tua duplice essenza.
O arcane curve, ombre soavi, tocchi
Luminosi, divine orme d’amore!
Sento il raggio negli occhi,
E il veleno nel core.

Poesia e prosa

Arrigo Boito

Arrigo Boito

Se voi foste un color, sareste quello
Del geranio fiorito;
Ed io vi porterei sul mio vestito
Attaccata all’occhiello.
E se foste un olezzo, voi sareste
L’incenso degli Dei,
Iris, ginepro o maggiorana agreste;
Ed io sternuterei.
Se un sapor foste, egli sarìa stupendo
Pizzicor di rosoli;
Io sarei, per quel caso, il Reverendo
Canonico Ambrosoli.
Carme, sareste il Cantico de’ Cantici
E gli organi giudei
Suonerebbero a festa, ed io sarei
Il mantice de’ mantici!
Se foste un vento, sareste Scirocco
D’Algeri o di Marocco,
Soffio arcano, bollente e Levantino;
Ed io sarei mulino.
Ora di questi versi
Resta ancora a vedersi
La lieta allegoria
Ch’è palese e nascosa:
Siete la Poësia
Ed io sono la prosa.

Un torso

Arrigo Boito

Arrigo Boito

Quel tono era una Venere
Che un arcaïco scalpello
Creò ne’ suoi più fervidi
Morsi d’amor col Bello;
Oggi, marmoreo enigma
Dall’olimpico stigma,
Di tant’arte non resta
Che un busto senza testa.
Pur nelle tronche viscere
La Dea non è ancor morta,
Un’agonia di secoli
La fece fredda e smorta,
Ma nella nuda fibra
Palpita, guizza, vibra,
Quasi monco serpente,
L’Eginetica mente.
Così le fece il genio
Le piaghe sue più grame,
E le eternò il martirio
Di Mosca e di Bertrame.
Pur colle rotte braccia
Quel torso ancor m’allaccia,
E al secolo che raglia
Sembra cercar battaglia.
O monti! o cime candide
Della serena Paro!
Brezze marine! tremulo
Irradiar del faro!
Autunni e primavere
Dell’erme tue scogliere!
Delle tue dolci dune
Albe! tramonti! lune!
In alta pace estatica
Tu là dormivi, o sasso,
Nè a te giungeva l’alito
Di questo mondo basso;
Lenìan tua bianca grana
Carezze di lïana,
Ed albergavi il trillo
D’un solitario grillo.
E quando i due crepuscoli
Splendean sull’orizzonte.
Tu, coronando il placido
Profilo del tuo monte,
Lanciavi al ciel favilli
Di quarzi e di lapilli
Ed abbagliavi al piano
L’errante mandrïano.
Ma poi discese un’Attica
Gente brïaca d’arte.
Seminatrice prodiga
Di monumenti e carte;
Vider per la campagna
La magica montagna
E con gioia rubesta
Ne distaccâr la cresta.
Piombasti e fosti Venere.
Fra citaredi e schiavi
Per te strisciò la polvere
Il folto crin degli avi;
Avesti ara e ghirlande.
Sacerdotesse blande,
Languide danze e fumi
Di roghi e di profumi.
Se ti vedeva il libero
Motteggiator d’Egina
Che il genio avea del fäuno
E la barba caprina,
Per te molceva il riso
Del suo beffardo viso
E in dorica melòde
Sciogliea sull’arpa un’ode.
Poi t’ebbe Roma, emporio
Di statue e di colonne,
Teatro allor di Veneri
Com’oggi di Madonne,
Li cominciò la scoria
Del tempo e della storia
A macular con orme
Di lepra le tue forme.
Vivesti in mezzo al fremito
Dell’orgie e nei triclini
Dove fetèa la nausea
Dei tracannati vini;
Là, fra le turpi e gaie
Follie delle ambubaie
Con un osceno crollo
T’hanno fiaccato il collo.
Povera Dea! vanirono
Allor profumi e canti,
L’irriverente greculo
Ti zuffolò davanti,
Fosti bruttata al piede
Con impudiche scede
E una ciurmaglia sgherra
Ti rotolò per terra.
Sublimi tempi olimpici
E putride cloàche,
E baci di caleïdi,
E sputi di lumache,
Tutto hai provato, e l’asta
Del santo iconoclasta
E lo schiaffo plebeo
Del porco epicureo.
Ma noi questa prosaica
Gente ch’or ti raccolse,
Adoratrice instabile
D’arti sfrenate o bolse,
Oggi forse minaccia
Quelle tue monche braccia
Di più fiero dolore:
Il restäuratore.

A una mummia

Arrigo Boito

Arrigo Boito

Mummia fasciata in logori
Papiri sontuösi,
Mummia che sul sudario
Porti l’apoteösi,
Perdona se i nepoti,
Più culti che devoti,
Fan del tuo frale eterno
Sì misero governo.
Tu, nata al sole, al fulgido
Sole del tuo deserto,
Al soffio ardente e libero
D’un orizzonte aperto,
Tu non pensavi, un giorno.
Nel gel d’un aer piorno,
D’esser messa in vetrina
Da una gente latina.
O fumo degli olibani!
O roride nepenti!
Ombrìa profonda e placida
De’ patrii monumenti!
A così bella pace
Ti derubò rapace
Una che non ha posa
Scienza curïosa.
E come appar su putrido
Brago una morta bolla,
Tu comparisti ai cupidi
Stupori della folla;
Dal mondo incivilito
Fosti segnata a dito
Qual prezïoso e pulcro
Rifiuto del sepulcro.
E venne il paleologo,
Divinator de’ segni,
A ordir sul tuo sarcofago
Cifre di stirpi e regni;
Fu vïolato intero
Della tomba il mistero;
T’han lisciate le chiome
E t’han chiamata a nome.
Oggi, depositario
Di tanta erudizione,
Pianta bottega e cattedra
Un lurco cicerone
Che ti narra all’Inglese
(Pur ch’e’ paghi le spese)
Storpiando i nomi (o scherno!)
Del tuo parlar materno.
E nel guatarti il pargolo
S’asconde per paura,
Poi, nella notte, orribile
Sogna la tua figura.
Al cinico Narciso
Svegli sul labro il riso;
Nessun vien col pensiere
Di dirti un miserere
Eppur chiudesti un’anima
In quella sorda testa,
Lo sento, e n’è riverbero
Quella tua fronte mesta,
Eppur sentisti il core
Balzarti per amore,
Eppur provasti il morso
Del pianto e del rimorso.
Meglio se fosse in polvere
La creta tua tornata
Con sì pietoso studio
Da’ cari tuoi fasciata.
Che voleresti al sole
Effluvio di vïole
O sabbia in groppa al vento
Per l’ampio firmamento.
Meglio se fra le torbide
Furie dell’Oceàno
T’avesse in mezzo ai vortici
Travolta l’uragano,
Chè avresti le convalli
Di perle e di coralli
E toccheresti il fondo
D’un prodigioso mondo.
Qui per andar di secoli
Non muterà tua sorte,
Vedrai novelli popoli
Colle occhïaia morte,
E il tempo che ne fruga
Non segnerà una ruga
Sovra il tuo volto scarmo
E freddo come marmo.
Ma un dì verrà, novissimo,
Che in una cupa valle
Cadrem, tremanti, pallidi.
Coi nostri errori a spalle,
E sentirem la tromba
Che spezzerà ogni tomba.
Mummia, quella mattina
Romperai la vetrina.