Ci fu un tempo (vecchiaia)

Ana Rossetti

 

Ana Rossetti

 

Ci fu un tempo
in cui il tempo non era fluire:
era una treccia di sabbia che si pettinava ininterrottamente.
I suoi tre capi si intrecciavano, si fondevano tra loro ben distinti
e inseparabili.
Niente si posponeva. Niente si anteponeva:
era un tempo predestinato da un singolare decreto, un’elica
che, girando, si annullava in una ruota invisibile
dentro il suo stesso bagliore.
Non era un’età né una condizione, era il tempo senza tempo
della felicità perfetta. Dell’accordo. Dell’immobile e sconfinata
durata dell’estasi.
Era il punto unico e misterioso in cui convergeva il tempo
della memoria, della profezia e degli angeli.

Il giardino delle tue delizie

Ana Rossetti

 

Ana Rossetti

 

Fiori, frammenti del tuo corpo;
a me reclamo la sua linfa.
Stringo tra le mie labbra
la lacerante verga del gladiolo.
Cucirei limoni al tuo torso,
le sue durissime punte nelle mie dita
come alti capezzoli di ragazza.
La mia lingua già conosce
le più morbide strie del tuo orecchio
ed è una conchiglia.
Essa sa del tuo latte adolescente,
ed odora delle tue cosce.
Nelle mie cosce contengo i petali bagnati
dei fiori. Sono fiori frammenti del tuo corpo.

Il moi giardino dei supplizi

Ana Rossetti

 

Ana Rossetti

 

Nel giardino segreto, sotto l’albero,
lentamente, molto lentamente, slegasti le mie trecce
e dopo, impetuoso, perché io sentii freddo
ed ostinata mi negavo, strappasti i miei vestiti.
Con un cordiglio di lungo rampicante
l’opaca organza che serviva da copriletto
alla culla comune, esperto mi cingesti.
Nella silenziosa ora, molto lontano dai genitori,
con succo di gerani la bocca mi tingevi
e braccialetti vegetali nelle mie esili caviglie
si attorcigliarono.
Ballai furiosamente.
Quale alone dietro di me rigonfiò la tunica,
intorno a te crescevano i cerchi dei miei segni.
Io, diversa tanagra, evasivo alloro
e tu quieto. Perfettamente quieto.
salvo il braccio con cui mi flagellavi.

Dei pubi angelici

Ana Rossetti

 

Ana Rossetti

 

Divagare per il doppio corso delle tue
gambe, percorrere l’ardente miele
pulito, soffermarmi, e nel promiscuo
bordo, dove l’enigma nasconde il
suo portento, contenermi.
Il dito esita, non si azzarda, la cosi fragile
censura trapassando – aderito triangolo
che l’elastico liscia – sapendo cosa lo
aspetta. Comprovando, infine, il
sesso degli angeli.

Istigazione

Ana Rossetti

 

Ana Rossetti

 

Scappiamo, fuggiamo verso i complici
giorni dell’infanzia. Perdiamoci inermi
nelle intense vertigini della pelle ancora incerta.
Confusi, non trovando parole
per tanto stupore, daremo alle cose nuovi nomi
in una lingua segreta: come allora.
Perdiamoci nel grande incubo
della notte. Nei neri corridoi
dell’orrore proseguiamo fino a che non ci colga
-piegati sulle ginocchia- il fedele svenimento.
Vieni. Guardiamo in ogni serratura
che si apra a qualcosa di proibito,
con rito solenne uccidiamo le farfalle di vetro,
imbrattiamo la seta, strappiamo il tulle
che vela le magnolie,
e la disobbedienza sia nostro privilegio.

Purificami

Ana Rossetti

 

Ana Rossetti

 

È vero, qualche volta cerco di
ribellarmi,
di privarmi e spogliarmi di te.
E ti sogno, il vestito che scivola,
afflosciandosi in terra le pieghe
innumerevoli,
e ti nego. Le tue foto abbandonano
le angoliere intarsiate, il vetro delle
cornici,
e il tuo nome s’infrange, io dimentico
che era maggio, le Pleiadi, il fiore
somigliante
al crisantemo.
Non credo più che esista la quinta di
Ciaicowski,
però ricorro a te.
Alla fine, ricorro sempre a te,
al tuo silenzio schivo di fronte alla
meraviglia,
ai riccioli pazienti iridantisi al sole,
quando stringevi papaveri e volevi
essere santa,
alla desolazione, opale torbido,
e alla caparbietà di non mostrarlo mai.
Volontà educata a conservare,
affinché dal tuo volto non un cenno
di te trasparisse, a non aprire il cuore
su fogli silenziosi o sulla stoffa viola
dei confessionali. A non versarlo in
lacrime.
Come ti controllavi per celare
paure o sventure; il disastro e la colpa
disdegnati, lo stupore nascosto.
Bambina mia ferita e mai, mai dolce,
facevi tesoro di maschere, metafore,
ingenui simulacri di armatura o
esorcismo
e non mi immaginavi erede o alunna.
Non so vivere, io, senza imitarti.
appaghi in te,
né ricordo che in fondo non parli di te,
né esperienza che io non confronti con
te,
regina della cautela e dell’enigma.
Però è tanto il riserbo che non so più
il nome
delle cose né di questo sentimento,
dolce e impetuoso, forse doloroso
e disperato, che mi ha sopraffatta.
Nell’ignorarlo è la mia vanagloria,
sono la mia prudenza e l’obbedienza.
Bambina mia, mia tiranna, guardandoti
io so che è tutto inutile e che ti
rassomiglio,
che per mia volontà resto in te,
prigioniera.
La mia memoria è carcere, tu il mio
marchio mio orgoglio,
io solo esecutrice delle tue volontà,
bocca divulgatrice
che segue i tuoi precetti,
infanzia, patria mia, bambina mia,
ricordo.

Ci fu un tempo (adolescenza)

Ana Rossetti

 

Ana Rossetti

 

Ci fu un tempo in cui l´amore era
un intruso temuto e atteso.
Uno sfiorare clandestino, premeditato, rielaborato
in insopportabili veglie.
Una confessione audace e confusa, corretta mille
volte, che mai sarebbe giunta al dovuto compimento.
Un´incessante e tirannica inquietudine.
Un galoppare repentino del cuore, ingovernabile.
Un continuo lottare contro la spietata precisione
degli specchi.
Un´intima difficoltà nel distinguere l´angoscia dal
piacere.
Era un tempo adolescente e indefinito, il tempo
dell´amore senza nome, quasi senza volto, che errava,
come un bacio promesso, lungo il punto più ombroso della
scala.

Ci fu un tempo (infanzia)

Ana Rossetti

 

Ana Rossetti

 

Ci fu un tempo,
tempo dell´invenzione e dell´errore,
in cui la solitudine era uno splendido e spaventoso
esilio, in cui cospirare contro la lezione che non
si voleva apprendere e spiare il mistero che si voleva
estorcere. Era una grotta umida che imbrigliava la luce tra le felci,
era l´angolo dei castighi dove le lacrime nascoste
levavano, finalmente, la loro sovranità,
era l´incubo che soffiava imprigionato in un´alcova
sconosciuta,
o un cuore ripiegato nel suo nascondiglio che tramava
appuntamenti e vendette, ribellioni e segreti proibiti.
Era il tempo dell´infanzia e la solitudine accendeva il suo
bengala dietro lo scudo impenetrabile del silenzio.
E il punto ombroso dove riparava era solo
l´incantato rifugio al suo splendore irriducibile e glorioso.

Come sarebbe essere te (I)

Ana Rossetti

 

Ana Rossetti

 

Questo è l’enigma, l’ansia travolgente
di conoscere, il desiderio irresistibile di gettare l’ancora
in te, di possederti.
Come sarebbe la perplessità di essere te,
il mistero, la malattia di essere te e sapere
Come sarebbe lo stupore di essere te, davvero te e
con i tuoi occhi vedermi.
Come sarebbe percepire che ti amo
Come sarebbe, essendo te, sentirmelo dire
E come sarebbe, allora, sentire quello che senti tu.