cosa ci resta…

Alessandro Manzoni

Alessandro Manzoni

cosa ci resta
senza terra dove andare
se non salire
senza cielo dove sparire
se non dormire sulla collina
in questo autunno mugghiante
di sonno sugli scogli
se non aprire un varco
per un perduto paradiso
esilio per il nostro coraggio
prezzo del viso in attesa
mostra la lingua del viaggio
appesa a una domenica
cosa ci resta
senza tempo da giocare
se non partire
senza strade da tracciare
se non sparire
senza figli da generare
se non dormire sulla collina
con la bocca sulla bocca
di una morta bambina

delle sere d’estate in Lombardia

Alessandro Manzoni

Alessandro Manzoni

ho una nostalgia infinita quasi dolorosa
delle sere d’estate in Lombardia
i nostri laghi la mia Milano
sole che tramonta sul Parco
via della Moscova tutta dorata fino
in fondo ai Giardini dall’asfalto
il fiato caldo del catrame si alza
qui invece seduto su un tronco
solo in mezzo ad una boscaglia
a guardare l’immensa pianura gialla
aspettando l’attacco del nemico
anche la cartolina di Giorgio da Canzo
ripete un tramonto sul lago del Segrino
quanti punti ricordi
la littorina il campo sportivo
forse non vi vedrò più
sospiro a una formica
mi sale piano sul braccio
non sa mica che potrei ucciderla

di abitarti…

Alessandro Manzoni

Alessandro Manzoni

di abitarti girarti svegliare
l’età dei ventinove anni farti
il segnale quello all’angolo dell’occhio
nella vasca dell’appartamento sulle spalle
gonfiarmi dal sottopasso alla luce
strapparmi le ultime contese il ritegno
bianco treno setacciare i seni agitati
grandi di levigarti le labbra
ne ho fatto una sacra abitudine
meglio restare amici saperci
uguali appartenerci un po’ per pochissimo

felici liquidamente

Alessandro Manzoni

Alessandro Manzoni

felici liquidamente
gocce sottili
fra vapori
stavamo a misurare
dove ogni cosa ci assalirà
dietro negli occhi
so che volevi
in un soffio di terra
togliermi la veste
s’udiva profumo di mani
nel bianco del mantello
saremo superstiti
notturni forse inattesi
semientrando
sfiorami l’esterno del fianco
la cara ira della pelle
già era vicina pretesa
abdicazione minima
leccami le caviglie
ogni stagione in un colore
nessuno sorride dell’acqua
che si fa ramo
e uncina la prima strada
verso il bosco

figlio del padre

Alessandro Manzoni

Alessandro Manzoni

non vengo per caso da un qualcuno
son figlio del padre di mio padre
figlio del padre servo di nessuno
un grande padre capace di chiedere perdono
sfidare i giorni gridando d’amore
capendo i propri limiti che sono con l’occhio
nello specchio agitato del cuore
figlio del padre servo di nessuno
certo che tutto sia stato scritto già
dannazione dubbi rugose mani di un bambino
aspetta nel silenzio destino del suo sguardo
ciò che sa
da CASA DI PASSAGGIO

Il cinque maggio

Alessandro Manzoni

Alessandro Manzoni

Ei fu. Siccome immobile,
dato il mortal sospiro,
stette la spoglia immemore
orba di tanto spiro,
così percossa, attonita
la terra al nunzio sta,
muta pensando all’ultima
ora dell’uom fatale;
né sa quando una simile
orma di pie’ mortale
la sua cruenta polvere
a calpestar verrà.
Lui folgorante in solio
vide il mio genio e tacque;
quando, con vece assidua,
cadde, risorse e giacque,
di mille voci al sònito
mista la sua non ha:
vergin di servo encomio
e di codardo oltraggio,
sorge or commosso al sùbito
sparir di tanto raggio;
e scioglie all’urna un cantico
che forse non morrà.
Dall’Alpi alle Piramidi,
dal Manzanarre al Reno,
di quel securo il fulmine
tenea dietro al baleno;
scoppiò da Scilla al Tanai,
dall’uno all’altro mar.
Fu vera gloria? Ai posteri
l’ardua sentenza: nui
chiniam la fronte al Massimo
Fattor, che volle in lui
del creator suo spirito
più vasta orma stampar.
La procellosa e trepida
gioia d’un gran disegno,
l’ansia d’un cor che indocile
serve, pensando al regno;
e il giunge, e tiene un premio
ch’era follia sperar;
tutto ei provò: la gloria
maggior dopo il periglio,
la fuga e la vittoria,
la reggia e il tristo esiglio;
due volte nella polvere,
due volte sull’altar.
Ei si nomò: due secoli,
l’un contro l’altro armato,
sommessi a lui si volsero,
come aspettando il fato;
ei fe’ silenzio, ed arbitro
s’assise in mezzo a lor.
E sparve, e i dì nell’ozio
chiuse in sì breve sponda,
segno d’immensa invidia
e di pietà profonda,
d’inestinguibil odio
e d’indomato amor.
Come sul capo al naufrago
l’onda s’avvolve e pesa,
l’onda su cui del misero,
alta pur dianzi e tesa,
scorrea la vista a scernere
prode remote invan;
tal su quell’alma il cumulo
delle memorie scese.
Oh quante volte ai posteri
narrar se stesso imprese,
e sull’eterne pagine
cadde la stanca man!
Oh quante volte, al tacito
morir d’un giorno inerte,
chinati i rai fulminei,
le braccia al sen conserte,
stette, e dei dì che furono
l’assalse il sovvenir!
E ripensò le mobili
tende, e i percossi valli,
e il lampo de’ manipoli,
e l’onda dei cavalli,
e il concitato imperio
e il celere ubbidir.
Ahi! forse a tanto strazio
cadde lo spirto anelo,
e disperò; ma valida
venne una man dal cielo,
e in più spirabil aere
pietosa il trasportò;
e l’avviò, pei floridi
sentier della speranza,
ai campi eterni, al premio
che i desideri avanza,
dov’è silenzio e tenebre
la gloria che passò.
Bella Immortal! benefica
Fede ai trionfi avvezza!
Scrivi ancor questo, allegrati;
ché più superba altezza
al disonor del Gòlgota
giammai non si chinò.
Tu dalle stanche ceneri
sperdi ogni ria parola:
il Dio che atterra e suscita,
che affanna e che consola,
sulla deserta coltrice
accanto a lui posò.