XXVI

Alessandro Ceni

Alessandro Ceni

«Presto sarà l’inverno
e il male che ci donammo
da lungo tempo non colto
maturerà appieno nell’ospizio del gelo.
Forse la funebre uccella siberiana,
colei nel cui utero già si dibatte e ride
l’orrendo e sacro implume,
dalla vetta di una mistica cipressa
chiamando a raccolta i suoi
contro il marmo del cielo
lascerà cadere dal becco anche te
e in questa mezza luce,
in questa sospensione o suono
come di revocata incursione aerea
darà inizio alla neve».
Quando così ti parlo e gli altri
in un denso fumo si rialzano
si guardano attorno e lasciano la sala,
sull’orlo dei tuoi occhi compare
un glutine di torpida inconsistenza spirituale;
perdi conoscenza.
Presto sarà l’inverno e
tu ancora non capisci che la caduta è eterna.
da Mattoni per l’altare del fuoco (2002)

XXXIII

Alessandro Ceni

Alessandro Ceni

Io sto qui e da qui
vedo collassare le stelle, implodere i volatili,
cabrare verso il loro dio le nubi
per poi precipitare in lacrime e piogge;
vedo cadere tutto e tutto
ininterrottamente
la foglia, l’ala, il vento
che incitano il bambino giù dal tetto
e la polvere dalla tasca buona del cadavere,
persino volare in aria per un momento
l’erba tosata, la cenere dal vertice del falò
ma senza che mai nulla
giunga mai veramente al suolo,
così che la lacrima resta nel suo occhio, la pioggia nella sua nube.
Io, dalle volute di fumo umide e
dalle pire collinari e dai roghi contadini, credo
siano venuti degli uomini, credo,
ad ardere i campi e con essi la mia vita;
sia lode a loro perché da qui l’illusione è perfetta:
i figli cessano di crescere i genitori non muoiono
in ogni frutto traspare la sua gemma:
rivedo mio padre quando aprì la botola
e discese nel buio e nulla seppe mai più di me,
riodo i fischioni di richiamo lanciati verso qualcuno che non torna,
ed ecco spiegata la ragione del pesce elettrico
negli abissi del mare o perché gli uccelli credono
col loro canto di far sorgere il sole.
Quindi sia lode agli uomini che non dichiarano il proprio amore
e non perdonano e sono spietati
e strappano gli occhi dei fanciulli; sia lode
a quelli che come l’agrostide combustano l’intera loro esistenza
e lo stecco d’erba duro e secco della propria intelligenza
fino alla follia, covone dopo covone, con metodo,
contraendosi ed espandendosi nel fiato di fiamme della vita
per abituarti a guardare ogni cosa
come da dietro una vampa.
da Mattoni per l’altare del fuoco (2002)

Cacciatori sulla neve

Alessandro Ceni

Alessandro Ceni

Io vorrei saper dire amore
amore amore amore
come fanno i dementi
ed essere infelice infelice
per il troppo bene,
un solvente, che spezza la catena delle vite
per darci la definitiva morte,
simile a Dio in questo, o
al cuore;
o voi del mondo invisibile
spiriti verdi e soli,
carbonchi,
che assaggiate i fiocchi di neve
al volo e osservate come il ghiaccio
pattina i bambini i loro guanti,
col peso d’un passero, le
sue ipsilon sul bianco, come
li fonda sulla petrosa neve
dopo l’uscita dal bosco pieno di culle,
come noi pensando fuoco fuoco,
ansanti perché la neve,
eppure nudi e senza freddo
con dita luminose e
sulle labbra non il vapore,
lo spazio e il tempo: non date voce,
come il giocatore in panchina
lo sguardo agli altri
teso a capire, come un signore
morto agli antipodi, dietro,
che fa così con le braccia,
a rallentatore cammina o in un morso d’affetto,
o voi che non siete più
per essere nel mondo strano indispensabili
cespugli di more
lepri soprannaturali
per invitarmi alla caccia,
catturarmi e, ora, appeso
riconoscervi amici,
miei simili, per un gesto antico:
giunti al riparo toccarono
i calici in un brindisi;
spesso è il profilo dei monti
spesso il particolare d’una foglia
che v’inquieta e parlottate,
non dicesi non est…
allora camminate
eschimesi
fiocinatori spaziali senza amata:
«era del dolore che nelle carte geografiche
è del mare che profila la costa,
di quello convenuto per i deserti,
e quello attribuito alle depressioni
dove a crosta per le rughe dei fiumi è più fertile,
erano torrenti su di lei e piste e v’incombeva un cielo»:
sulla discesa i cani sono rossi
ed anche voi scomparsi.
da I fiumi (1990)

Da opposte rive

Alessandro Ceni

Alessandro Ceni

Nel buio le parole
non sono parole ma uomini
che con rasoi tentino tele cerate di
sonori padiglioni sulla sabbia.
Alla luce
è fuori uno con una latta
che scende al mare
chimico e geometrico e tutto lo riga.
Un idiota, fermo, in sogno, presso
la linea dell’acqua
che inghiotte neri pesci nella rimessa
ritarda misurandole coi diti dei piedi
le barche negli ultimi porti umani.
Lei ti ha parlato con voce di uomo
di un certo delitto
d’una scomparsa mai colma
della vedovanza infinita del tondo della vita
di come dentro s’è fatto un luogo
da solo
un buco violento che solo per te è buono.
Piana acqua nel secchio
e indossate corone
le figurine si baciano
cosa che dovrebbe spiegarti perché
l’uomo-lupo insegua una Sirena o
splenda un pane
bianco sul comodino,
ma da qualche tempo
non ti lascia neppure un momento
e dei personaggi nel buio della tenda
non hai che suono
come da opposte rive.
Il sole notturna istupidito dal volo
fissi gli occhi di Dio sull’idiota
che geme fischia sibila
chiama invoca soffia si preme
e con la mano assicurata al vento
nel mare rovescia gli sgomenti metri delle chiuse.
da La natura delle cose (1991)

Il canto delle balene

Alessandro Ceni

Alessandro Ceni

Noi eravamo fermi, vi dico, il mare ci portava
come immobili sogni dentro un’immobile mente.
La testa di dio è bendata
è deposta sul fondo,
leggere le bende si muovono
quelle che imprigionano il suo sguardo.
Dio è disceso sul fondo
con il piombo del mare addosso,
su di lui gravano i fondi delle barche.
Riempie e svuota le reti
inghiottendole e risputandole,
non ha sensi né pesci
dio è disteso sotto le acque e non respira.
Luna luna, immobile luna nella mente
parole fisse al molo che incutono al vento
ed embricano alle onde com’è possibile possibile
possibile che tu ti esprima esprima esprima con
parole comprensibili da noi da noi da noi
che ti abbiamo tolto e ritolto dalla vita
dalla vita con le sue parole?
Le parole ricordano, le parole sono vostre
di coloro che guardano da terra
e ricordano la separazione dei vitelli dalle madri
e il ritorno sui pascoli già sfruttati nella primavera
e quello definitivo alla macchia per svernare e
sanno la separazione nostra come di chi
è richiamato alla realtà da una sua astrazione.
Noi andiamo con moto rovinoso
chiamandoci nel mezzo della scena
col nostro oscuro straziato suonare.
Questo dio mai si ridesterà
dal tumulo della buca franosa
nell’osso profondo
del mare ignoto e benigno
disfatta la cartilagine del naso
in mucillagini e bave
dissolti idra e cuore
caduto il vento
e salito al cielo il tempo.
da La natura delle cose (1991)

Ricovero per indigenti

Alessandro Ceni

Alessandro Ceni

Dio chiamò a sé
e lo fece
ardendoli vivi
in un edificio scolastico
nel modo più vile, nel sonno,
in un orfanotrofio
o fabbricato dismesso o villaggio operaio o
ronda di casiglianti lungo i perimetrali degli averni condominiali,
nelle dimore di pena
annegandoli
tenendo loro sotto la testa
nel lavandino del mare comune
se
salpano festanti
su navigli di silicio,
le negri pelli di ebreo tese al sole ad asciugare
esplodendoli
su mine inesplose
schiacciandoli
in un pullman in gita
sbatacchiandoli
contro l’insonorizzato sgabello in cui incespichi e cadi,
com’è della noce sul sasso o della drizza sul capo del figlio di Ettore
appoggiandoli
alla benda della fucilazione
al muro delle fibule, alla foglia d’alloro
al gabbio dei ricordi, alla paranza di spume
concupendoli
nel tempio
evirandoli
nell’attesa
abitandoli
nella colpa
ignorandoli
nell’invocazione
e
lodandoli
mandarli a farsi la doccia
dopo il ring o la camera ardente o da sala da ballo.
Quando
rintascato il fischietto
dio
siede lì
flesso
sul bordo sbreccato
di qualsiasi cosa,
la tesa del cappello arrovesciata
ad una brezza greve da colonia estiva,
le gambe
oltre la murata scabrosa di una tazza che porgi
l’angelo cesserà di frapporsi
tra te e la fine:
sei
la madre che si getta dalla finestra del bagno
stringendosi il piccolo al petto.
da Combattimento ininterrotto (in Parlare chiuso, Tuttelepoesie, 2012)

Tra il vento e l’acqua

Alessandro Ceni

Alessandro Ceni

Da questo punto in là iniziano i gridi,
che nessuno sa come sia possibile.
Da questo punto preciso in là iniziano i gridi
che si emettono come sonde nello spazio
o missili predisposti al non-ritorno o inquiete macchine
che stanno, percosse da violente scariche di energia statica.
Questi gridi che nessuno sa non provengono, non giungono,
semplicemente iniziano nel punto preciso in cui iniziano.
Certo è che in là ci sono frasche urticanti, i raffi
della robinia e il pruno acuto, le aste zannute di aranci amari
e limoni acerbi, e ogni pianta portatrice di spino e
tutto ciò che punge, il fitto e aguzzo schermo delle rondini,
gli intrichi puntuti di minimi animali che vanno
in acuminate ronde o s’impigliano ai nembi di un rovo,
e l’aculeo è il sommo bene.
Certo è che è certo che sul limine
l’uragano delle parole fonde e, unica, si accende,
mulinata dal pungiglione nella puleggia di cuoio, la
pietra focaia dell’inarticolazione: di qua
tutto è infelice e indigesto,
gli uomini vanno servi, le donne prostitute, i bambini
vomitano densi liquidi verdi e cacano nero.
Di qua in là ci senti l’uccello che non canta, il
pesce che non nuota, che non verrà a riprenderci nessuno.
Non vi si distende la grazia di nessun Signore.
da Combattimento ininterrotto (in Parlare chiuso, Tuttelepoesie, 2012)

Transito della Venere selvatica

Alessandro Ceni

Alessandro Ceni

Sopra sovrassalati spazi
e di là da dune,
dove ardeidi tantali e cesene
rugolano le spoglie chitinose degli insetti
in repenti cretti adusti di ghiareti o
sbrezzano in semplici depressioni del terreno
le indifese coppe colme di niente dei loro nidi o
sventolano sulle darsene le sagome di cartone dipinto –
straniera e solitaria
silvide oscura
sottesa al magro verde di uno sconosciuto –
la femmina fa udire un rauco grido di richiesta:
Poiché costretta nell’arena del canto
debbo accovacciarmi
sul pavimento della camera che mi accoglie –
la mente altrove e lo spirito sempre –
tra resti di pesci, rigurgiti e feci,
là dove, mascherato ed anonimo,
è più altissimo il mio dardo canoro
e dirti forte e chiaro:
Non disperarti per questa bambina,
qui è la sua virtù, qui è il suo vizio,
qui la sua ignoranza, la sua conoscenza,
e i suoi complici sono se stessa –
la vera camera ha l’entrata occultata,
l’altra (la prima) resta vuota
per deludere coloro che la visitassero.

Alessandro Ceni
(Firenze, 1957), da Combattimento ininterrotto (Effigie, 2015)
-consigliato da
Alessandro Bellasio