Canto d’aprile

Ada Negri

Ada Negri

O amore, amore, amor!… Tutto ti sento
Divinamente palpitar nel sole,
Nei soffii larghi e liberi del vento,
Nel mite olezzo trepidante e puro
De le prime vïole!
Come linfa vital, caldo e ferace
Vivi e trascorri nei nascenti steli;
Con le allodole canti; angelo audace
Fra mille atomi d’ôr voli, e cospargi
Di luce i mondi e i cieli.
O amore, amore, amor!… Tutto ti sento
Nell’esultanza de l’april risorto;
Dai profumi a le rose ed ali al vento,
Copri la terra di raggi e di baci…
Ma nel mio cor sei morto.

Buon dì, miseria

Ada Negri

Ada Negri

Chi batte alla mia porta?…
… Buon dì, Miseria; non mi fai paura.
Fredda come una morta
Entra: io t’accolgo rigida e secura.
Spettro sdentato da le scarne braccia,
Guarda!… ti rido in faccia.
Non basta ancor?… T’avanza,
T’avanza dunque, o spettro maledetto.
Strappami la speranza,
Scava coll’ugne adunche entro il mio petto;
Stendi l’ala sul letto di dolore
Di mia madre che muore.
T’accanisci: che vale?
È mia la giovinezza, è mia la vita!
Nella pugna fatale
Non mi vedrai, non mi vedrai sfinita.
Su le sparse rovine e su gli affanni
Brillano i miei vent’anni.
Tu non mi toglierai
Questa che m’arde in cor forza divina,
Tu non m’arresterai
Ne l’irruente vol che mi trascina.
Impotente è il tuo rostro.—O tetra Iddia,
Io seguo la mia via.
Vedi laggiù nel mondo
Quanta luce di sole e quante rose,
Senti pel ciel giocondo
I trilli de le allodole festose:
Che sfolgorìo di fedi e d’ideali,
Quanto fremito d’ali!…
Vecchia megera esangue
Che ti nascondi nel cappuccio nero,
Io nelle vene ho sangue,
Sangue di popolana ardente e fiero.
Vive angosce calpesto, e pianti, ed ire,
E movo all’avvenire.
Voglio il lavor che indìa,
E con nobile imper tutto governa.
Il sogno e l’armonia,
D’arte la giovinezza sempiterna;
Riso d’azzurro e balsami di fiori,
Astri, baci e splendori.
Tu passa, o maga nera,
Passa come funesta ombra sul sole.
Tutto risorge e spera,
E sorridon fra i dumi le vïole:
Ed io, dai lacci tuoi balzando ardita,
Canto l’inno alla vita!….

Afa

Ada Negri

Ada Negri

Il sole sta. Sta l’aura
D’atomi d’ôr cosparsa.
L’erma pianura immobile,
Tutta di foco e polve,
Nella luce si avvolve
Arsa.
L’afa morta, implacabile,
Pesantemente piomba.
Ne la tristezza fiammea
Posa la terra stanca,
Come un’immane e bianca
Tomba.
…. Pace—Sognante vergine
Assetata d’amore,
Chino il riarso calice
Sotto la vampa afosa,
Un’appassita rosa
Muore.
Rugiade invoca e pioggie
Quell’agonia pel suolo:
La dolcezza d’un bacio,
La voluttà d’un’ora,
Per chi soffre e lavora
Solo.
Ma tutto brucia e sfolgora,
Tutto è riposo e oblìo;
Nell’alidor terribile
Sopra la terra ignava
Solennemente grava
Dio.

Fantasmi

Ada Negri

Ada Negri

Io mirai l’onda che rompeasi al lido;
E di veder mi parve
Rasentar leggermente il flutto infido
Una schiera di larve.
*
Eran vestite d’alighe spioventi:
Avean sciolti i capelli,
Disfatti i volti, occhi stravolti o spenti.
Sotto ai lor piè l’acqua turbata avea
Balenii di coltelli.
Da quelle labbra scolorate uscìa
Bava e un gemito rôco.
Misto al rombo del mare esso venìa
A parlarmi nel core.—Sui ginocchi
Io caddi a poco a poco.
Eran fracidi corpi d’annegati;
Suicidi gettati
Da volontà demente ai flutti e ai fati;
Vittime con un ferro in mezzo al petto,
Naufraghi scarmigliati.
Mi disser: «Che si fa sopra la terra?»
Io risposi: «Si piange.
Ipocrisia trionfa, odio si sferra.
Oh, più felici voi su gl’irti scogli
Ove l’acqua si frange!…»
Mi disser: «Scendi ai placidi riposi
Fra l’alghe serpentine.
Nascondigli d’amor sono i marosi
Inesplorati, e sol nel nulla è pace.
Scendi;—qui v’è la fine.»
*
…. Ed io mirai su le verdastre larve
Il tramonto morire:
Ne la penombra il queto mar mi parve
Un letto per dormire.

Fatalità

Ada Negri

Ada Negri

Questa notte m’apparve al capezzale
Una bieca figura.
Ne l’occhio un lampo ed al fianco un pugnale,
Mi ghignò sulla faccia.—Ebbi paura.—
Disse: «Son la Sventura.»
«Ch’io t’abbandoni, timida fanciulla,
Non avverrà giammai.
Fra sterpi e fior, sino alla morte e al nulla,
Ti seguirò costante ovunque andrai.»
—Scostati!… singhiozzai.
Ella ferma rimase a me dappresso.
Disse: «Lassù sta scritto.
Squallido fior tu sei, fior di cipresso,
Fior di neve, di tomba e di delitto.
Lassù, lassù sta scritto.»
Sorsi gridando:—Io voglio la speranza
Che ai vent’anni riluce,
Voglio d’amor la trepida esultanza,
Voglio il bacio del genio e della luce!…
T’allontana, o funesta.—
Disse: «A chi soffre e sanguinando crea,
Sola splende la gloria.
Vol sublime il dolor scioglie all’idea,
Per chi strenuo combatte è la vittoria.»
Io le risposi:—Resta.—

Contadina

Ada Negri

Ada Negri

Bestia opulenta e morbida, che ridi
a me col riso de’ bei denti bianchi,
tu somigli alla terra; ed i tuoi fianchi
dan figli come il solco dà la spica.
L’anima tua non t’è fatta nemica,
perchè d’averla tu non sai, nè pensi.
Hanno il tuo sguardo gli orizzonti immensi.
Le zolle han la tua forza e il tuo turgore.
Sia che falci, a meriggio, i prati in fiore,
o ammucchi, a vespro, in auree biche il fieno,
o all’ignudo poppante offra il tuo seno,
o spannocchi sull’aja o lavi al fonte,
ombra non v’ha che turbi la tua fronte,
femmina che bevesti alle sorgenti
di giovinezza, e ridi co’ bei denti
di lupatta, e per tutti i sensi godi
cantando sulla terra che dissodi.

Birichino di strada

Ada Negri

Ada Negri

Quando lo vedo per la via fangosa
Passar sucido e bello,
Colla giacchetta tutta in un brandello,
Le scarpe rotte e l’aria capricciosa;
Quando il vedo fra i carri o sul selciato
Coi calzoncini a brani,
Gettare i sassi nelle gambe ai cani,
Già ladro, già corrotto e già sfrontato;
Quando lo vedo ridere e saltare,
Povero fior di spina,
E penso che sua madre è all’officina,
Vuoto il tugurio e il padre al cellulare,
Un’angoscia per lui dentro mi serra;
E dico: «Che farai,
Tu che stracciato ed ignorante vai
Senz’appoggio nè guida sulla terra?…
De la capanna garrulo usignuolo,
Che sarai fra vent’anni?
Vile e perverso spacciator d’inganni,
Operaio solerte, o borsaiuolo?
L’onesta blusa avrai del manovale,
O quella del forzato?
Ti rivedrò bracciante o condannato,
Sul lavoro, in prigione, o all’ospedale?…»
…. Ed ecco, vorrei scender nella via
E stringerlo sul core,
In un supremo abbraccio di dolore,
Di pietà, di tristezza e d’agonia:
Tutti i miei baci dargli in un istante
Sulla bocca e sul petto,
E singhiozzargli con fraterno affetto
Queste parole soffocate e sante:
«Anch’io vissi nel lutto e nelle pene.
Anch’io son fior di spina;
E l’ebbi anch’io la madre all’officina,
E anch’io seppi il dolor…. ti voglio bene.»

Aquila reale

Ada Negri

Ada Negri

T’ho vista ieri, irta ferrigna immobile
dietro le sbarre d’una vasta gabbia.
Non guardavi già tu la gente piccola
che ti guardava.—Ferma sugli artigli
d’acciajo, gli occhi disperati al torbido
cielo volgevi, al cielo!…—Uno scenario
t’hanno fatto di rocce, per illuderti:
perchè tu creda ancor d’essere in patria,
fra pietrami di grotte e di valanghe,
fra protervie di rupi e di ciclopici
templi, sospesi in vetta a’ precipizii,
in faccia al vento che a procella sibila.
—Ma non t’illudi tu.—Vedi le sbarre,
sai che è finita.—Io voglio ora una storia
dirti d’uomini saggi, che le proprie
mani a foggiar la propria gabbia adoprano,
—d’oro o di ferro—quasi sempre d’oro:—
e bene assai la temprano e la rendono
inaccessa, e là dentro si rinserrano,
e si lamentan poi d’essere in carcere,
guardando il mondo co’ tuoi occhi d’odio
vano e di vana disperazïone.
Tu almeno, tu fosti ghermita al laccio,
fosti ferita, tu, nella battaglia
feroce, prima d’esser come un cencio
ignobile fra mano al tuo nemico.
E stai senza speranza e senza gemito
vile; e chi passa ti può creder morta
o sculta in bronzo, così immota e diaccia
t’irrigidisci, chiusa in un disdegno
indomito per tutto che non sia
l’ebbrezza della libertà perduta.
E, se tu comprendessi, con un colpo
di rostro lacerar vorresti il volto
di chi t’offende con la sua pietà.

Anima

Ada Negri

Ada Negri

Era grande ed oscuro. Un divo soffio
Di genio la sua fronte irrequïeta
Baciava. Ai sogni, ai palpiti
Cresciuto de l’idea,
Bello, gentile, libero, poeta,
Incompreso dal volgo, egli vivea.
A lui gli astri e la luce—a lui la mistica
Armonia de le cose un sovrumano,
Un fervido linguaggio
Parlava.—Ei che ghirlande
Non chiedeva a la gloria, a un cuore invano
Mendicò amor.—Gli fu negato.—Grande
Ed oscuro, moriva!… In solitudine
Fosca, moriva.—Ride il sol lucente
Su l’invocato tumulo;
Lunge, trilla e si perde
Un canto alato come augel fuggente
Per la serena maestà del verde;
Sotto, fra i chiodi de la cassa, sfasciasi
La domata materia.—A la feconda
Terra, la terra ignobile
Torna.—De la tua mesta
E commovente poesia profonda,
Del tuo genio, di te, vate, che resta?…
*
Tu, tu sola che amavi, e viva e rosea
Del sol bevesti i luminosi rai,
Tu che ne i lunghi spasimi
D’intenso ardor fremesti,
Tu, sanguinante ma non vinta mai,
Sconosciuta e virile anima, resti!…
Quando tace la terra, e nel silenzio
Cala il bacio de gli astri al fior sopito,
E come alito d’angeli
Via per gli spazi immensi
Un sospiro d’amor corre infinito,
Tu in quell’alito vivi, e guardi, e pensi.
Quando il nembo s’addensa, e il vento indomito
Fischia, e pei boschi impazza la bufera,
E rossi lampi guizzano
Su ne l’accesa vôlta,
Con la procella minacciosa e nera
Tu soffri e gemi, nei ricordi avvolta.
Quando, vanendo per le limpide aure,
Sale un canto di donna al ciel gemmato,
E di carezze e d’impeti
E di desii supremi
Parla e si lagna nel ritmo inspirato,
Tu in quel canto, vibrante anima, tremi!
Fin che sui rivi ondeggieranno i salici
Fin che tra i muschi fioriran le rose,
Fin che le labbra al bacio
E a la rugiada il fiore
Aneleranno, e le create cose
Avviverà, febèa scintilla, amore:
Ne le nozze dei gigli, ne la gloria
Irrefrenata dei meriggi ardenti,
In alto, de le tremule
Stelle nei bianchi rai,
Ne gli abissi del mar, librata ai venti,
Nel mistero del cosmo, alma, vivrai.

Dal profondo

Ada Negri

Ada Negri

Nostalgia mi cacciò dalla mia nitida
casa, ove i fiori in snelle coppe odorano.
Ed un guarnello d’operaja indosso
mi mise, e al collo un fazzoletto rosso.
E son venuta ove le basse fabbriche
serpi di fumo snodan dai comignoli;
e di cordami e di carbone e d’assi
ingombri son gli spiazzi irti di sassi.
Ecco, e respiro il noto odor di polvere
e di tintura, odo la danza ritmica
dei telaj dietro alle finestre nere,
e canti uguali a bibliche preghiere.
Fratello, che t’affacci sulla soglia
e assomigli nel sajo a un prence barbaro,
dammi una spola che tra bianchi fili
passi e ripassi con guizzi sottili:
e tu, fabbro, che il maglio sull’incudine
batti in cadenza, a domar ferro e bronzo,
e tu, artiere del legno, che la grezza
pianta ti foggi in forme di bellezza:
e voi che in alto, sovra palchi aerei,
con acciajo e cemento enormi gabbie
costruite, ove un giorno i ricchi schiavi
si chiuderan con sapïenti chiavi:
e voi del marmo, e voi del fulvo cuojo
mastri, ch’io viva nel compatto fremito
del vostro sforzo, fra di voi perduta,
o asservitori di materia bruta.
Nè mi chiedete il nome mio: sui ciottoli
della strada mi cadde, ed a raccoglierlo
io non mi volsi: il nome io l’ho nel viso,
e nell’ardor del mio selvaggio riso.
Camminerò con voi, presa nell’impeto
della corrente rapinosa, in gaudio:
canterò per la vostra anima oscura
il ditirambo della forza pura.
E se materia sull’artier si vendica,
canterò che la morte è necessaria:
l’opera all’uomo e l’uomo all’opra sia
come l’anima al corpo.—E così sia.—
Basti alla nostra sete un sorso d’acqua,
ed alla fame un pane, e al sangue un palpito
di giovinezza; e dai possenti amori
balzino razze di dominatori.
E il Sol su noi, dentro di noi, magnifico
dator di grazia, che pei Puri sfolgori:
e se gioja ne investa dal profondo,
piccolo sia pel mio peana il mondo.