Alla sbarra

Ada Negri

Ada Negri

La donna volge i freddi occhi velati
su l’inquieta folla che la guarda.
La sua bocca ha una smorfia un po’ beffarda.
Sotto l’altera maschera bugiarda
vibra un fascio di nervi esasperati.
Ella non dice: No.—Confessa tutto,
tutto, l’ora, la via, l’uccisïone
fulminea, il perchè di passïone,
il perchè d’odio.—Solita canzone….
Non abbassa la donna il ciglio asciutto.
Non ispera, nè invoca essere assolta.
Porta in sè la sua pena, il suo rimorso,
livida impronta di ferino morso
su membra vive, sin che duri il corso
della vita.—Nel cuore è già sepolta.—
Che vuol dunque da lei quella togata
gente che l’attanaglia con indagine
acuta, e scruta le gelose pagine
delle sue notti d’ombra, e la compagine
squarcia della sua carne disperata?…
Che vuol dunque da lei quell’altra gente
trepida, verso il suo pallor protesa
coi più torbidi sensi, e nell’attesa
di più torbidi e rei palpiti, presa
dall’odore del sangue, inconsciamente?…
L’antica anima tragica che dorme
in ogni petto, su ogni fronte appare.
Chi or non vide, nel sogno, dentro un mare
di sangue il suo nemico boccheggiare,
e non tremò nel desiderio enorme?…
Tra la folla e la donna ondeggia il vampo
della ferocia originaria: sale
per vena e vena la follia del male:
d’un’angoscia inconfessa ognun trasale,
sotto le ciglia ogni pupilla ha un lampo.

Il pergolato di glicini

Ada Negri

Ada Negri

Solaria, il vento del sud scrolla e devasta il tuo pergolato di glicini.
Ne piombano a terra i corimbi, chicchi violetti di grandine, pesanti d’un peso di morte.
Così a te traboccan dagli occhi, nell’ora del torbido amore, le lacrime;
ma non si raccoglie il pianto d’amore, non si raccolgono i fiori caduti del glicine.
Plinio Perilli
Melodie della terra. Novecento e natura
Crocetti Editore 1997

Anima

Ada Negri

Ada Negri

Era grande ed oscuro. Un divo soffio
Di genio la sua fronte irrequïeta
Baciava. Ai sogni, ai palpiti
Cresciuto de l’idea,
Bello, gentile, libero, poeta,
Incompreso dal volgo, egli vivea.
A lui gli astri e la luce—a lui la mistica
Armonia de le cose un sovrumano,
Un fervido linguaggio
Parlava.—Ei che ghirlande
Non chiedeva a la gloria, a un cuore invano
Mendicò amor.—Gli fu negato.—Grande
Ed oscuro, moriva!… In solitudine
Fosca, moriva.—Ride il sol lucente
Su l’invocato tumulo;
Lunge, trilla e si perde
Un canto alato come augel fuggente
Per la serena maestà del verde;
Sotto, fra i chiodi de la cassa, sfasciasi
La domata materia.—A la feconda
Terra, la terra ignobile
Torna.—De la tua mesta
E commovente poesia profonda,
Del tuo genio, di te, vate, che resta?…
*
Tu, tu sola che amavi, e viva e rosea
Del sol bevesti i luminosi rai,
Tu che ne i lunghi spasimi
D’intenso ardor fremesti,
Tu, sanguinante ma non vinta mai,
Sconosciuta e virile anima, resti!…
Quando tace la terra, e nel silenzio
Cala il bacio de gli astri al fior sopito,
E come alito d’angeli
Via per gli spazi immensi
Un sospiro d’amor corre infinito,
Tu in quell’alito vivi, e guardi, e pensi.
Quando il nembo s’addensa, e il vento indomito
Fischia, e pei boschi impazza la bufera,
E rossi lampi guizzano
Su ne l’accesa vôlta,
Con la procella minacciosa e nera
Tu soffri e gemi, nei ricordi avvolta.
Quando, vanendo per le limpide aure,
Sale un canto di donna al ciel gemmato,
E di carezze e d’impeti
E di desii supremi
Parla e si lagna nel ritmo inspirato,
Tu in quel canto, vibrante anima, tremi!
Fin che sui rivi ondeggieranno i salici
Fin che tra i muschi fioriran le rose,
Fin che le labbra al bacio
E a la rugiada il fiore
Aneleranno, e le create cose
Avviverà, febèa scintilla, amore:
Ne le nozze dei gigli, ne la gloria
Irrefrenata dei meriggi ardenti,
In alto, de le tremule
Stelle nei bianchi rai,
Ne gli abissi del mar, librata ai venti,
Nel mistero del cosmo, alma, vivrai.

Aquila reale

Ada Negri

Ada Negri

T’ho vista ieri, irta ferrigna immobile
dietro le sbarre d’una vasta gabbia.
Non guardavi già tu la gente piccola
che ti guardava.—Ferma sugli artigli
d’acciajo, gli occhi disperati al torbido
cielo volgevi, al cielo!…—Uno scenario
t’hanno fatto di rocce, per illuderti:
perchè tu creda ancor d’essere in patria,
fra pietrami di grotte e di valanghe,
fra protervie di rupi e di ciclopici
templi, sospesi in vetta a’ precipizii,
in faccia al vento che a procella sibila.
—Ma non t’illudi tu.—Vedi le sbarre,
sai che è finita.—Io voglio ora una storia
dirti d’uomini saggi, che le proprie
mani a foggiar la propria gabbia adoprano,
—d’oro o di ferro—quasi sempre d’oro:—
e bene assai la temprano e la rendono
inaccessa, e là dentro si rinserrano,
e si lamentan poi d’essere in carcere,
guardando il mondo co’ tuoi occhi d’odio
vano e di vana disperazïone.
Tu almeno, tu fosti ghermita al laccio,
fosti ferita, tu, nella battaglia
feroce, prima d’esser come un cencio
ignobile fra mano al tuo nemico.
E stai senza speranza e senza gemito
vile; e chi passa ti può creder morta
o sculta in bronzo, così immota e diaccia
t’irrigidisci, chiusa in un disdegno
indomito per tutto che non sia
l’ebbrezza della libertà perduta.
E, se tu comprendessi, con un colpo
di rostro lacerar vorresti il volto
di chi t’offende con la sua pietà.

Autopsia

Ada Negri

Ada Negri

Magro dottore, che con occhi intenti
Per cruda, intensa brama,
Le nude carni mie tagli e tormenti
Con fredda, acuta lama,
Odi. Sai tu chi fui?… Del tuo pugnale
Sfido il morso spietato;
Qui ne l’orrida stanza sepolcrale
Ti narro il mio passato.
Sui sassi de le vie crebbi. Non mai
Ebbi casa o parenti;
Scalza, discinta e senza nome errai
Dietro le nubi e i venti.
Seppi le notti insonni e l’inquïeto
Pensier della dimane,
L’inutil prece e il disperar segreto,
E i giorni senza pane.
Tutte conobbi l’improbe fatiche
E le miserie oscure,
Passai fra genti squallide e nemiche,
Fra lagrime e paure;
E finalmente un dì, sovra un giaciglio
Nitido d’ospedale,
Un negro augello dal ricurvo artiglio
Su me raccolse l’ale.
E son morta così, capisci, sola,
Come un cane perduto,
Così son morta senza udir parola
Di speme o di saluto!…
Come lucida e nera e come folta,
La mia chioma fluente!…
Senza un bacio d’amor verrà sepolta
Sotto la terra algente.
Come giovine e bianco il flessuoso
Mio corpo, e come snello!
Or lo disfiora il cupido, bramoso
Bacio del tuo coltello.
Suvvia, taglia, dilania, incidi e strazia,
Instancabile e muto.
Delle viscere mie godi, e ti sazia
Sul mio corpo venduto!…
Fruga, sinistramente sorridendo.
Che importa?… Io son letame.
Cerca nel ventre mio, cerca l’orrendo
Mistero della fame!…
Scendi col tuo pugnale insino all’ime
Viscere, e strappa il cuore.
Cercalo nel mio cor, cerca il sublime
Mistero del dolore!…
Tutta nuda così sotto il tuo sguardo,
Ancor soffro; lo sai?…
Colle immote pupille ancor ti guardo,
Nè tu mi scorderai:
Poi che sul labbro mio, quale conato
Folle di passïone,
Rauco gorgoglia un rantolo affannato
Di maledizïone.

Bacio pagano

Ada Negri

Ada Negri

Fra l’auree spiche, in faccia al rutilante
Sole che tutta incendia la vallata,
Nel solco fumicante,
Su la tepida bocca ei l’ha baciata.
Ride il ciel senza nube e ride il grano
A la coppia rapita;
Inneggia intorno al bacio schietto e sano
Potentemente l’universa vita.
Sanguigne olezzan le corolle schiuse
Come bocche anelanti nell’amore;
Sale per l’aure effuse
Il canto allegro de la terra in fiore.
S’abbraccian sorridendo in mezzo al verde
I due giovani amanti,
Mentre un trillo di rondine si perde
Sotto l’arco dei cieli azzurreggianti;
E dappertutto, nei cespugli ombrosi,
Nei calici dei fiori, entro la bionda
Messe e nei nidi ascosi,
Freme il bacio che avviva e che feconda.

Birichino di strada

Ada Negri

Ada Negri

Quando lo vedo per la via fangosa
Passar sucido e bello,
Colla giacchetta tutta in un brandello,
Le scarpe rotte e l’aria capricciosa;
Quando il vedo fra i carri o sul selciato
Coi calzoncini a brani,
Gettare i sassi nelle gambe ai cani,
Già ladro, già corrotto e già sfrontato;
Quando lo vedo ridere e saltare,
Povero fior di spina,
E penso che sua madre è all’officina,
Vuoto il tugurio e il padre al cellulare,
Un’angoscia per lui dentro mi serra;
E dico: «Che farai,
Tu che stracciato ed ignorante vai
Senz’appoggio nè guida sulla terra?…
De la capanna garrulo usignuolo,
Che sarai fra vent’anni?
Vile e perverso spacciator d’inganni,
Operaio solerte, o borsaiuolo?
L’onesta blusa avrai del manovale,
O quella del forzato?
Ti rivedrò bracciante o condannato,
Sul lavoro, in prigione, o all’ospedale?…»
…. Ed ecco, vorrei scender nella via
E stringerlo sul core,
In un supremo abbraccio di dolore,
Di pietà, di tristezza e d’agonia:
Tutti i miei baci dargli in un istante
Sulla bocca e sul petto,
E singhiozzargli con fraterno affetto
Queste parole soffocate e sante:
«Anch’io vissi nel lutto e nelle pene.
Anch’io son fior di spina;
E l’ebbi anch’io la madre all’officina,
E anch’io seppi il dolor…. ti voglio bene.»

Buon dì, miseria

Ada Negri

Ada Negri

Chi batte alla mia porta?…
… Buon dì, Miseria; non mi fai paura.
Fredda come una morta
Entra: io t’accolgo rigida e secura.
Spettro sdentato da le scarne braccia,
Guarda!… ti rido in faccia.
Non basta ancor?… T’avanza,
T’avanza dunque, o spettro maledetto.
Strappami la speranza,
Scava coll’ugne adunche entro il mio petto;
Stendi l’ala sul letto di dolore
Di mia madre che muore.
T’accanisci: che vale?
È mia la giovinezza, è mia la vita!
Nella pugna fatale
Non mi vedrai, non mi vedrai sfinita.
Su le sparse rovine e su gli affanni
Brillano i miei vent’anni.
Tu non mi toglierai
Questa che m’arde in cor forza divina,
Tu non m’arresterai
Ne l’irruente vol che mi trascina.
Impotente è il tuo rostro.—O tetra Iddia,
Io seguo la mia via.
Vedi laggiù nel mondo
Quanta luce di sole e quante rose,
Senti pel ciel giocondo
I trilli de le allodole festose:
Che sfolgorìo di fedi e d’ideali,
Quanto fremito d’ali!…
Vecchia megera esangue
Che ti nascondi nel cappuccio nero,
Io nelle vene ho sangue,
Sangue di popolana ardente e fiero.
Vive angosce calpesto, e pianti, ed ire,
E movo all’avvenire.
Voglio il lavor che indìa,
E con nobile imper tutto governa.
Il sogno e l’armonia,
D’arte la giovinezza sempiterna;
Riso d’azzurro e balsami di fiori,
Astri, baci e splendori.
Tu passa, o maga nera,
Passa come funesta ombra sul sole.
Tutto risorge e spera,
E sorridon fra i dumi le vïole:
Ed io, dai lacci tuoi balzando ardita,
Canto l’inno alla vita!….

Capriccio

Ada Negri

Ada Negri

Veronetta Longhèna, tu mi piaci.
Il tuo sorriso è quello delle zingare,
bianco e rosso, con linee
sinuose, con fremiti fugaci
di sarcasmo e d’orgoglio.—Tu mi piaci.—
Dove l’hai preso il tuo bel nome?… È un nome
di guerra, non è vero?… Qual capriccio
d’amante allegro e ironico
te l’appuntò, qual nastro fra le chiome?…
Veronetta, mi piace il tuo bel nome.
Raccontami la tua vita randagia.
Io m’accovaccio presso a te, sul morbido
tappetino di Persia,
frugando con le molle fra la bragia.—
Raccontami la tua vita randagia.
Dimmi i paesi che vedesti, i porti
donde salpasti, spensierata rondine,
e il tuo piacer di vivere
così, padrona delle varie sorti,
come lo sei de’ tuoi capelli attorti.
Io t’assomiglio, se mi guardi bene.
Ma è come fossi chiusa dentro un fodero,
mentre snudata sfolgori
tu, fina lama che in sua punta tiene
il mondo, per gingillo.—Guarda bene.
Quando riparti?… e verso qual ventura?…
…. Io resterò a frugar dentro la cenere;
e mirerò lo specchio
per rivederti in me, nella tua dura
fronte d’enigma, o Donna di ventura.

Cascata

Ada Negri

Ada Negri

Da che eccelse scaturigini tu nasci,
O cascata impetuosa?…
Rimbalzante sulla china perigliosa,
Tu scrosciando volgi al mar;
Spumi, brilli, ridi, spruzzi, e niun t’arresta
Ne la corsa secolar.
*
Da che eccelse scaturigini tu nasci,
O pensiero zampillante?
A te beve, secco il labbro e il petto ansante,
L’assetata umanità;
In te il sole si rispecchia, e niun t’arresta
Ne l’immensa eternità.